Ecco dieci aspetti della Sochi delle Olimpiadi, quella di cui tutti parlano, con falsi (e veri) miti, forse con qualcosa che sfugge alle telecamere e ai report dei giornalisti. Dettagli notati dal punto di vista di italiani all’estero, spediti per 4 mesi ad organizzare le cerimonie olimpiche e del tutto digiuni di lingua e spirito russo (tranne me, che sono interprete… ma questa è un’altra storia).

 

1) LO SPIRITO DEL VILLAGGIO: forse non tutti sanno che il parco Olimpico non si trova a Sochi, ma ad Adler – un sobborgo, famoso per ospitare l’aeroporto. Il fasto trionfale delle Olimpiadi qui è difficile da cogliere al primo sguardo. Adler ha un piccolo centro con edifici dalle finestre quadrate a specchio, ha un mercato con prodotti orientali e spezie, che le conferisce un tocco mediorientale. Vivendo in una zona ancor più periferica chiamata Khudepsta, ci si esalta quando si va in gruppo al torgovij tzentr (centro commerciale) a mangiare in fast food come “Kroshka Kartoshka” o “Burger King”; ci si entusiasma a vedere che nel centro di Adler esiste il cinema, o una pizzeria che non fa rimpiangere (troppo) quelle italiane.

Il villaggio olimpico è grande: lo stadio ha una gustosa forma ad éclair, viene quasi voglia di mangiarlo. Sembrava che le costruzioni non terminassero mai, e invece tutto è andato alla perfezione, quando pochi giorni fa il villaggio si è illuminato di fuochi d’artificio, spettatori, sportivi e pezzi grossi del governo alla grandiosa cerimonia di apertura – non parliamo, vi prego, del fatidico anello che non si è aperto: c’è sempre qualcosa che non si apre, che non esce, che non s’illumina, come c’è sempre la pecora nera, lo studente indisciplinato, la voce fuori dal coro. È come quando ai matrimoni l’anello non entra nel dito della sposa; un po’ di ironia, un’imperfezione nella perfezione rende trasparente l’umanità che sta dietro a questo lavoro, a questa manciata di solenne frivolezza.

2) STRADA A SENSO UNICO: da Adler al parco olimpico c’è una strada nuova, a due corsie, senza possibilità di inversione di marcia: una direzione unica, per chilometri e chilometri. Come se chiunque fosse qui dovesse andare solo lì, inesorabilmente e senza curve, e viceversa. In effetti per chi lavora alle Olimpiadi è così. Hotel-lavoro, lavoro- hotel. Cos’altro? Questa impossibilità di cambiare il senso di marcia metaforicamente sembra azzeccata nell’esprimere la rigidità di certe regole imposte, che sembrano caratterizzare questo luogo e la burocrazia russa. Non si può, perché non si può. Punto. La strada a senso unico esprime anche il grande mito propagandistico delle Olimpiadi – come se fossimo tornati un po’ nell’Unione Sovietica: un’unica via, dritta verso il parco, da percorrere pensando all’avvenire. Quando si torna a casa al tramonto, si pensa ad un avvenire ben più desolante, fatto di peregrinazioni come zombie per le desolanti mense con luci al neon del micro-villaggio intorno all’albergo, alla ricerca di cibo con il metodo empirico della “roulette russa”: si acquistano scatole con strane scritte cirilliche, e solo dopo l’assaggio si potrà capire se era sale o zucchero, bagnoschiuma o shampoo (a volte quello non si saprà mai), ammorbidente o detersivo e così via.

3) SOCHI NON È IN RUSSIA! D’accordo, politicamente si trova nella Federazione russa, regione di Krasnodar. Geograficamente e culturalmente, però, questa non è Russia! È al confine con la Georgia, e l’influenza nella cultura e nello stile del paesaggio e delle costruzioni è notevole. La popolazione è prevalentemente di ceppo armeno. Benvenuti nel Caucaso, con la sua colorita e gioviale cultura fatta di spiedini, kachapuri (una squisita sorta di focaccia al formaggio e burro) e danze tipiche; atmosfera che va cercata con il lanternino tra la terra dissestata dei lavori in corso, i nuovi edifici ultra moderni, il merchandising di Sochi 2014 – e quando la si scopre scatta la gioia del turista, come a dire: “finalmente vedo qualcosa di tipico”. Tipico di cosa, poi, è più arduo da individuare.

4) MARI E MONTI: in effetti, è inusuale vedere il mare alla propria destra e le montagne alla propria sinistra. È un connubio…ridondante. Per noi italiani (milanesi in particolare), abituati a fare le code in autostrada al week end per andare al mare o in montagna, sembra assurdo trovarsi in un posto in cui entrambe le possibilità sono ad una trentina di minuti di macchina o di treno. Su a Krasnaya Polyana c’è l’impianto sciistico dove si svolgono le gare olimpiche, e la neve, sparata o vera che sia, dista così poco dal mare che sembra di trovarsi in uno sfacciato ossimoro climatico. Il panorama è davvero notevole. Certe sere le montagne si tingono di rosa e il mare d’aranciato, e sembra quasi che spariscano i casermoni, gli stradoni a senso unico, come in dissolvenza, e che rimanga solo quel tulle di colore.

5) UN CLIMA MITICO: è davvero mite come nel mito, come nello stereotipo di Sochi tanto decantato. È un clima umido e molto piovoso. Fa un certo effetto girare con il cappotto leggero e sentire un tiepido sole sul viso ai primi di gennaio, soprattutto sapendo di essere in Russia. È ancora più impressionante farsi mezz’ora di aereo (ad elica, ebbene sì, che contro ogni irrazionale fobia è stabile) per arrivare nel capoluogo di regione, Krasnodar, e notare una differenza di oltre 15 gradi in meno. A soli 300 chilometri a nord di Sochi si muore di freddo, incredibile. Molti sostengono che il clima sia l’unico aspetto positivo di questo posto. Direi che non è poco.

6) IL DRAMMA DEGLI ALBERGHI: alcuni giornalisti hanno pubblicato immagini di alberghi fatiscenti e acqua putrida. È davvero così? Diciamo che c’è albergo e albergo, ovviamente. Quelli con meno di 4 stelle sicuramente riservano imprevisti pittoreschi. Scarafaggi, acqua che al mattino, quando c’è il “boom” delle docce, non scende più dai rubinetti; mensole e porta asciugamani che d’improvviso cadono, lenzuola macchiate, tetti che paiono di cartone e che quando piove creano una cassa di risonanza che rende difficile addormentarsi. Diversi visitatori e lavoratori sono stati colti da intossicazioni alimentari. Gli ipocondriaci si lavano i denti con l’acqua in bottiglia o hanno attacchi di panico se al ristorante qualcuno dice: “ti vedo arrossato in viso”. Eppure il nostro albergo, che presenta tutte le “sorprese” elencate, ha un suo fascino. L’atmosfera è familiare, con un’opulenta e sorridente donna armena in reception. Ti accoglie con grandi sorrisi, poi se la tua camera cade a pezzi ti riserva altrettanti sorrisi e non fa nulla. Le camere hanno muri di cartone, perciò si sente tutto ciò che fanno – nel bene e nel male – i propri vicini, e sembra di stare tutti in un grande casolare a stanze. Pare impensabile, ma ad un certo punto ci si affeziona a tutto ciò: alla tavola calda armena di fianco all’hotel, con degli ottimi spiedini, che ha l’unico difetto di lasciare impregnato negli indumenti l’odore di cibo in maniera tanto persistente, da resistere persino al primo lavaggio; ai piccoli alimentari in cui, pian piano, si scoprono prodotti che divengono abitudine a colazione; ad un improbabile self service di fronte alla ferrovia e al mare, dalla cucina estremamente pesante, dove ogni volta che entriamo fanno partire qualche canzone di Celentano o Toto Cutugno, pensando di farci un favore, o un karaoke di brani russi e armeni.

7) CONTROLLI MINUZIOSI: l’allarme terrorismo ha davvero messo il governo russo sull’attenti. La polizia è ovunque e i controlli sono ossessivi, a volte sfociando nel ridicolo. Metal detector e palpeggi per entrare non solo in aeroporto e stazione, ma anche in certi bar e centri commerciali; continue verifiche del pass, macchine scandagliate in ogni parte, rigidi divieti di portare con sé cibo, liquidi, persino medicine. Al checkpoint per l’ingresso al parco olimpico, noi italiani non ci risparmiamo le classiche sceneggiate – tentativi di corrompere le guardie, chiaramente più a gesti che altro, imprecando (nella propria lingua): “ma questa banana mi serve per dopo pranzo, la prego, contiene potassio…”, “ma questa medicina per il mal di testa me l’ha prescritta il medico”… gli “okranniki”, però, sono inamovibili. A quel punto, dopo lo sdegno (gente che si mette ad ingurgitare mele o pastiglie davanti alle guardie pur di non buttarle via), non resta che usare l’ingegno. C’è chi nasconde un pacchetto di biscotti accanto ad un carica-batterie dalla forma simile per poi esibire solo quest’ultimo; chi seppellisce il proprio amato coltellino svizzero nei dintorni del checkpoint per poi dissotterrarlo a fine giornata; chi infila una barretta di cioccolato nelle mutande, ma poi se la ritrova sciolta! Ad ogni modo, per muoversi a Sochi è necessario conquistare la famigerata akkreditatsya, ovvero il propusk (pass) che consente l’accesso al Parco Olimpico, alle corsie a scorrimento rapido per le auto. Senza akkreditatsya, non sei nessuno!

8) PREZZI DA OLIMPIADE: d’accordo che ci si aspettano prezzi raddoppiati per le Olimpiadi, ma spendere 10 euro in squallide mense stile sovietico o 100 euro per scarpe di finta pelle e marca ignota esposte nel centro di Adler in un baracchino, pare davvero eccessivo. Eppure i ristoranti e negozi sono pieni, la gente spende. Non parlo solo di turisti e staff straniero delle Olimpiadi. I prezzi sono proibitivi in generale: nei supermercati e nei negozietti non è possibile farsi ingannare, perché i prezzi sono già stampati sui prodotti. Mi domando come possano le persone del luogo convivere, anzi sopravvivere, con questo drastico cambiamento nella loro quotidianità. Parlando con gente di Krasnodar, si avverte repulsione per Sochi, che sembrano disconoscere come facente parte del loro “krai”, distretto: “non ci metteremo piede per tutte le Olimpiadi, per noi è un insulto vedere che prezzi abbiano fissato”.

9) IN CODA PER SEMPRE: ci sono code interminabili, e sebbene questa sia una cosa tipica della Russia, naturalmente qui a Sochi assumono proporzioni cosmiche. Code interminabili all’ora di pranzo per poter finalmente accedere alla triste mensa a prezzo fisso; code agli sportelli della banca o della telefonia; traffico mortale nel centro di Adler, manco fossimo a New York; code al checkpoint per entrare al parco; code, code e ancora code. Per noi italiani stare in coda è insostenibile. L’unica cosa che ci fa resistere è il pensiero del cibo. Se lo scopo della coda è un altro, il nervosismo si fa sentire e cominciano gli stratagemmi per passare avanti. Mentre i russi spesso passano avanti senza dire nulla, semplicemente scostando chi sta di fronte a loro in maniera ben poco garbata, gli italiani cercano di dare una parvenza di educazione al loro raggiro. I più “fiscali” sventolano pass con scritto “staff”, pensando di avere accesso, con quello, anche all’ufficio di Putin; i più giovali si aggregano al primo conoscente che sta qualche metro più avanti nella coda; i più spocchiosi esigono di parlare con il direttore dello sportello, dicendo: “siamo gli organizzatori delle Olimpiadi”- cosa assai ahimè comune, al parco olimpico; i più nevrotici hanno attacchi di claustrofobia o isterismo e abbandonano le code spazientiti; senz’altro i migliori sono quelli che fingono un’urgenza (anche intestinale, se capita), e la giustificano – chiaramente – parlando nella loro lingua, incomprensibile a chiunque altro.

10) IL LUNGOMARE D’INVERNO: un must di Sochi, tanto rinomata come località balneare russa d’elite, è la classica passeggiata domenicale sul lungomare. Ero partita prevenuta al riguardo, invece mi ha affascinato. Sarà perché, camminando, alla propria destra c’è una sfilza di shop olimpici, ristoranti e pupazzi da vincere sparando ai barattoli, e tutto ciò ha un’atmosfera da vecchia riviera, un fascino anni Ottanta.  Sarà perché alla sinistra il mare, barricato dalla corta spiaggia di sassi e dal parapetto della passeggiata, è pallido e grigio come il sole, e senza esser sbalorditivo, è pur sempre il vero protagonista; sarà perché le signore con cappelli di pelliccia che bevono il caffè sedute ai tavolini all’aperto hanno un’aria più antica delle loro scarpe, e sai che puoi incontrarle solo lì. Sarà forse perché quel vecchio che suona il violino con una base musicale registrata e un cane nero sdraiato davanti sembra raccontare, nella sua quieta malinconia, qualcosa che nessun giornale potrà riportare, nessun racconto da turista; qualcosa che va a scavare nell’immaginario e nell’anima di Sochi, facendola riaffiorare lievemente; e quando s’è sul punto di afferrarla, di comprendere cosa fosse Sochi prima dell’onda olimpica, il vecchio l’ha già richiusa nella custodia del violino, tra i copechi e le conchiglie.

 

 

 

 

 

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