Visitare la Galleria Tretyakovskaya è un must di ogni soggiorno a Mosca che si rispetti. Per coglierne a pieno ogni angolo, servirebbe più di un giorno. Grazie alla disposizione dei quadri, ordinati dalla fine del 1600 ai giorni nostri (con anche la sala sotterranea di arte antica, con le icone), è possibile gustare l’evoluzione della pittura russa, di pari passo con la storia. Proverò a elencare le 5 opere che mi hanno colpito di più, soprattutto per il loro crudo realismo. Purtroppo approfondire ogni opera significherebbe scrivere un papiro, perciò cercherò di essere sintetica.
Ho deciso di considerare due quadri dello stesso autore, Surikov, come uno solo. In entrambi, ambientati in Piazza Rossa al cospetto di una grande folla, possiamo infatti scorgere la fierezza e lo stoicismo dei protagonisti, condannati a morte o alla reclusione, e la sensazione di calma ansia, di attesa angosciosa del momento precedente all’esecuzione o all’arresto. L’inquietante quiete prima della tempesta, nel mattino in cui le guardie imperiali sanno che devono morire, o nel momento in cui la signora Morozova viene deportata tra le catene, è ciò che rende i quadri di eccezionale impatto emotivo.

1)Boyarynia Morozova di Surikov (1887): il quadro, di grandi dimensioni, illustra lo scisma della chiesa del 17 secolo, nel quale vennero effettuate riforme al credo, con l’obbiettivo di uniformarlo a quello greco ortodosso. Surikov prese ispirazione dalla sua infanzia in Siberia, a Krasnoyarsk, dove c’erano molti vecchi credenti. La protagonista, Fedosya Morozova, era l’eroina di un racconto che si tramandava da generazioni, e che gli fu raccontato dalla zia Olga. La donna, pur di difendere la vecchia fede, andò contro il patriarca Nikon e lo zar, rinunciando a ogni ricchezza ed agio. Il quadro ritrae il momento in cui la Morozova, con la catena al collo, fu portata sulla slitta al Monastero dei Miracoli (al Cremlino). La donna alza due dita unite al cielo dopo aver fatto il segno della croce, tra la folla, a mostrare lo stoicismo del suo gesto nel momento dell’arresto. Si rivolge al popolo, ai bisognosi, perché sono proprio loro che accoglie nella sua casa e che non vogliono riforme nella chiesa, che porterebbero a un’estensione dei poteri dei ceti alti. Surikov trasse ispirazione per il prototipo della Morozova da un’altra sua zia, Avdotya. L’espressione della Morozova è determinata, altera, non lascia trapelare timore per la sua sorte, rendendola il simbolo dello scisma. Il nome stesso della martire ricorda il freddo, moroz, che avvolge il quadro di un’atmosfera ovattata e sacrale, e la rende ancora più iconica nella sua austerità e regalità, quasi non terrena.

La signora Morozova, di Surikov

Utro streletskoi kazni di Surikov (1881), raffigura l’esecuzione delle guardie imperiali del 1698 (all’epoca di Pietro I), dopo la rivolta fallita. Le guardie marciarono su Mosca, protestando contro le riforme dello zar o forse contro il regime oppressivo del mondo militare. C’è una donna non visibile nel quadro, è che dietro alla rivolta. Infatti, le guardie erano d’accordo con la zarina che fu defraudata del suo potere per far posto al fratello Pietro, e che intendevano riportare al trono: Sofia Alekseevna Romanova (la prima donna che regnò in Russia mentre i suoi fratelli Pietro I e Ivan V erano ancora troppo piccoli; venne soprannominata zarina-cavaliere, perché era straordinario per l’epoca il suo potere e interesse nelle questioni politiche), che era stata rinchiusa nel monastero di Novodevichi. Nel quadro si vede Pietro I a cavallo sulla destra, e una guardia dai capelli fulvi che fissa con odio lo zar, incatenata e con la gogna sulle gambe, con una candela in mano. Una linea diagonale immaginaria potrebbe legare i due personaggi. Il dramma del momento è dipinto sul volto di quasi tutti i presenti. Altre guardie sono attonite, come quella dai capelli grigi, che sembra non curarsi dei figli che gli si gettano addosso piangendo. La guardia dalla barba nera e dal caftano rosso guarda in basso con aria rassegnata al suo destino. Le donne del quadro hanno espressioni disperate, dalla vecchia gettata a terra in primo piano, alla bimba con il fazzoletto rosso attorno alla testa. non è raffigurato un prete, che doveva invece sempre esser presente alle esecuzioni. Nel quadro Surikov accorciò le distanze tra la cattedrale di San Basilio, le mura del Cremlino e il “Lobnoe mesto” (luogo di esecuzione degli ordini degli zar e di feste; si crede sia il luogo dove avvenivano le esecuzioni, in realtà solo nel 1696 venne giustiziato un omicida e nel 98 quando fu testimone dell’esecuzione delle guardie imperiali), in modo da ottenere l’effetto di una grande folla. Il numero ricorrente nel quadro è il sette: 7 guardie, 7 cupole visibili della cattedrale di San Basilio, 7 candele.

Il mattino dell’esecuzione delle guardie imperiali di Surikov

 

2)Apofeos Voiny di Vereshagin(1871) nel quadro, dall’aspetto incredibilmente moderno e avanguardista per l’epoca, si vede una montagna di teschi nella steppa rasa al suolo. Sotto l’opera troneggia il messaggio: “Dedicato a tutti i grandi conquistatori: del passato, del presente e del futuro”. Questo rende il dipinto, nato con un sapore orientale, un simbolo universale. Inizialmente il quadro si chiamava “La vittoria di Tamerlano”, e si riferiva al conquistatore uzbeko di origine mongolo- turca del 1400, il cui esercito soleva lasciare dietro di sé piramidi di teschi. Il suo impero si estendeva in Kazakhstan, Uzbekistan, Turkmenistan, Iran, Georgia. Si narra che un giorno le donne di Bagdad e Damasco lamentarono a Tamerlano la corruzione dei loro mariti; così il sovrano chiese al suo esercito di giustiziare i corrotti, e vennero erette 7 piramidi di teste. Secondo un’altra versione, Vereshagin si ispirò al despota di Kashgar, città autonoma della Cina, che giustiziò un viaggiatore europeo e ordinò che la sua testa fosse posta in cima ad una piramide di teste di altri condannati. Vereshagin viaggiò in Turkestan, dove lavorò come guardia marina per il governatore; la Russia poi conquistò il Turkestan, suscitando nel pittore compassione e orrore per i cadaveri che vide. Assistette poi alla cruda repressione dei rivoltosi Dungan e Uigur nella Cina del Sud, e da lì nacque il quadro. “Apoteosi della guerra” è il simbolo perfetto, inquietante e di forte impatto di ogni genocidio, di ogni grande guerra dei conquistatori, che lascia dietro di sé morte e desolazione. Quale simbolo più forte e macabro del teschio per esprimere l’orrore degli omicidi? Rispetto ai quadri di Surikov, in Vereshagin abbiamo la raffigurazione del momento opposto, cioè posteriore alle violente uccisioni. Di nuovo, una quiete, ma questa volta totale: la quiete del nulla dopo la distruzione.

Apoteosi della guerra di Vereshagin

3)“Ivan Groznij i syn ego Ivan” di Repin (1885): anche questo è un quadro dal forte impatto per la sua crudezza. A differenza di Vereshagin e di Surikov, in Il’ya Repin abbiamo l’orrore vivo, palpitante, appena dopo l’attimo della sua comparsa, concentrato nell’espressione di sgomento, pentimento e terrore, magistralmente dipinta. Il quadro colpisce perché mostra il sangue nel momento in cui sgorga. È troppo tardi per tornare indietro, il dado è tratto. L’orrendo gesto di uccidere il proprio figlio Ivan è già stato compiuto da Ivan il Terribile. Lo zar fu soprannominato грозный dalla parola russa groza, temporale, in senso di “tonante, minaccioso” per la sua battaglia forse contro i boiardi, e non per la sua crudeltà come si pensa. Ciò non toglie che fosse crudele e spietato: istituì una truppa speciale, Oprichnina, soprannominata la Truppa di Satana, che per difenderlo e scovare i traditori si macchiò di molti delitti, causando anche carestie ed esordi di massa di contadini. Ebbe 7 matrimoni, e le mogli spesso ebbero sorti infelici. Picchiò sua nuora (moglie del figlio Ivan) provocandole un aborto, e la sua sanità mentale non tardò a vacillare. Siamo nel 1581, e Ivan IV (soprannominato грозный dalla parola russa groza, temporale, in senso di “tonante, minaccioso” per la sua battaglia forse contro i boiardi, e non per la sua crudeltà come si pensa) litiga con il figlio più grande, Ivan. Non sono note le cause esatte dell’omicidio: forse una semplice lite famigliare, magari proprio causata dalle percosse di Ivan IV alla nuora, forse le diverse opinioni di padre e figlio a proposito di recare assistenza ai polacchi di Pskov, forse le provocazioni dei boiardi giocarono un ruolo fondamentale nel mettere zizzania tra lo zar e il suo primogenito. Sembra che Repin, per dipingere il quadro, sia stato ispirato dai recenti fatti di cronaca (l’uccisione di Alessandro II nel 1881 con un’esplosione ad opera del democratico Grinevtskij) oppure da un concerto di Rimskij- Korsakov (in particolare dalla suite Antar), che gli suscitò una sensazione di amore, vendetta e potere talmente forte, da spingerlo a desiderare ricreare le stesse emozioni sulla tela. Inizialmente egli inserì un boiardo e una donna nel quadro, ma capì subito che la cosa migliore sarebbe stata raffigurare solo padre e figlio, nella totalità tragica del delitto e nella solitudine della sua colpa. Chi di spada ferisce, di spada perisce, e pare che Ivan stesso morì per avvelenamento da mercurio.

Ivan il Terribile e suo figlio Ivan, di Repin

4)“Ne zhdali” di Repin (1888): anche in questo caso, Repin ha la capacità di colpire lo spettatore dei suoi dipinti, attraverso la sorpresa che emerge nei suoi personaggi. Nel quadro irrompe inaspettatamente un uomo che gli astanti non si aspettavano di (ri)vedere. Tutti volgono la testa verso di lui, e in particolare la donna più anziana vestita di scuro, forse sua madre, si alza in piedi incredula e, si potrebbe supporre, tremante. Il quadro probabilmente fa riferimento a un esule politico, rientrato in patria dopo anni di prigionia. È interessante tutto ciò che il quadro vuole esprimere in maniera indiretta, sottesa, quasi fosse un rebus, un codice cifrato. Vi sono molti messaggi che Repin ha lasciato attraverso simboli appesi alle pareti: il ritratto tombale di Alessandro II, i ritratti degli scrittori democratici Nekrasov e Shevchenko, e il Cristo sul Golgota, simbolo di dolore. Dunque Repin si riferisce all’assassinio dello zar Alessandro II nel 1881, al quale dedicarono la bellissima cattedrale del Sangue Versato a San Pietroburgo, ad opera dei populisti del gruppo Narodnaya Volya (Volontà del popolo). L’esule protagonista del dipinto faceva dunque parte di quella fazione rivoluzionaria. Il delitto, in questo caso, non è visibile né preannunciato, ma è già accaduto. Il dipinto è la rappresentazione delle conseguenze dell’omicidio e della rivoluzione, e un’allegoria del ritorno. A volte si sopravvive alla propria ribellione, e ritornando alla vita quieta abbandonata per un ideale, ci si ritrova sospesi in una dimensione che rende l’esiliato un perenne straniero, anche a casa. L’uomo, avvolto dal mistero, porta con sé tutto il peso delle decisioni prese e del lungo esilio, che ha segnato nel volto e nell’anima. Cambiare il mondo è possibile solo uccidendo e rischiando d’essere uccisi?

Non lo aspettavano, di Repin

5)“Khristos v pustyne” di Kramskoy (1872): il celebre quadro di Kramskoy è forse il modo più appropriato per concludere il viaggio tra i quadri che mi hanno colpito della galleria. Il dipinto non affascina per la sua crudeltà, come gli altri, ma per ciò che la sua calma, il suo silenzio, la meditazione del Cristo di Kramskoy suggeriscono. Il Cristo è raffigurato in un momento della giornata che, se con Surikov rappresentava l’inizio di un giorno pieno di orrore e sangue, per Kramskoy è l’alba di un giorno che si svilupperà nella quiete, ma anche nelle preoccupazioni connesse con le riflessioni sulla vita. Sembra infatti che il Cristo non abbia dormito la notte precedente, assorto nei suoi pensieri, e saluti con mestizia e saggezza l’alba rosa tra il grigiore del paesaggio desertico in cui è immerso. Il Cristo “romantico” ha caratteristiche umane, semplici: le mani incrociate, la posizione pensierosa. Il momento dipinto nel quadro è quello in cui Cristo si ritirò per 40 giorni di digiuno nel deserto dopo il battesimo, e fu tentato dal Diavolo. La scelta morale cui Cristo è sottoposto è quella cui ogni essere umano può incappare nella vita, ed è questo che rende ancor più universale il dipinto e l’identificazione con esso. Cristo, fattosi uomo, assume su di sé tutto il peso del mondo, e non gli resta che ritirarsi e sedersi sulla nuda pietra, per lasciarsi avvolgere da esso e sopportarlo con coscienza. Il sentimento che esprime non è violento, il volto è disteso ma assorto, a simboleggiare la compenetrazione tra il paesaggio e il soggetto. Non siamo di fronte ad un concetto di contemplazione, ma di commistione con il luogo che, attraverso il ritiro dal mondo, paradossalmente mette il Cristo in connessione empatica con esso. Gli omicidi, le lotte, le ribellioni, i peccati umani sono dentro i suoi occhi, nella sua mente. Sono qualcosa che va affrontato con la razionalità, che va prima di tutto abbracciato e compreso. A chi criticava il pittore, chiedendogli perché Cristo dovesse proprio essere così, lui rispondeva coraggiosamente che anche loro non l’avevano conosciuto. L’opera non rappresenta solo Cristo, ma anche e soprattutto l’uomo.

Cristo nel deserto di Kramskoy

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