Nella seconda giornata del Festival RIFF, il Festival del Cinema italo-russo che si sta svolgendo in questi giorni a Mosca e che proseguirà fino al 15 novembre, l’attore-regista Edoardo Leo si è raccontato al pubblico prima della proiezione del suo film “Noi e la Giulia”, che ha registrato il tutto esaurito in entrambe le repliche previste.

Non è la prima volta che viene in Russia, ma cosa conosce della cinematografia e della tradizione teatrale del nostro paese e quali sono, a suo modo di vedere, le differenze con l’Italia?

La mia esperienza in Russia ha attraversato varie stagioni. Sono venuto qui la prima volta nel 1989 e ho visto un altro paese, rispetto a quello che vedo adesso. La seconda volta è stata nel 2011, poi nel 2013 e infine adesso. Forse voi non ve ne accorgete, ma io riesco a notare i cambiamenti anche strutturali di Mosca. È quello che sta succedendo un po’ in tutto il mondo, non succede solo nel cinema, ma anche nella moda, nell’architettura: ci stiamo lentamente tutti uniformando, tutte le città europee piano piano cominciano ad assomigliarsi. Questo da una parte ci avvicina, ma dall’altra ci toglie qualcosa. Io ricordo di aver visto abbastanza giovane un film, che all’epoca mi aveva molto impressionato: “Il sole ingannatore” di Nikita Michalkov, che credo sia un autore abbastanza discusso in Russia. Però quel modo di fare cinema per me fu scioccante e illuminante. Quello che invece credo succeda col teatro, visto che io nasco come teatrante, è che qui c’è una grande scuola che permane, e delle grandi compagnie che continuano a fare due, tre, quattro spettacoli all’anno che girano molto: sono compagnie stabili e antiche che mantengono una tradizione e un modo di fare teatro. Anche in Italia è stato così fino a un certo punto, ci sono state grandi compagnie di grandi famiglie che hanno fatto il teatro, ad esempio penso ai De Filippo, e poi abbiamo perso questo modo di strutturare il teatro. Questo è il motivo per cui viaggio. Per chi fa cinema è molto importante capire come funziona la cultura negli altri paesi, il loro teatro. Soprattutto per chi si concentra sulla commedia, infatti, serve mettere in connessione cose che facciano ridere, e che quindi bisogna conoscere, ed è molto difficile fare una commedia che faccia ridere in tutti i paesi. Per me è una sfida, provo a non fare mai una comicità che possano capire solo gli italiani.
Quale metodo di recitazione usa, invece?

È una domanda molto complessa a cui rispondere, perché riguarda il mio metodo di lavoro. Io ho fatto un percorso in cui ho studiato un po’ tutti i metodi, dal metodo Stanislavskij allo Strasberg, ma vivo in un paese famoso per la commedia dell’arte. Ho cominciato facendo molta fatica ad entrare dentro i personaggi, lavorando tantissimo, trasformandomi fisicamente. Poi una volta ho sentito una frase di Marcello Mastroianni: “Gli americani quando devono fare il ruolo di un grasso ingrassano trenta chili in un anno, io mi metto un cuscino sotto al maglione”. E questo è il senso del mio lavoro che è quello di godere della recitazione: infatti io mi diverto a fingere, che è la base del mio lavoro, anche se con delle eccezioni. Per esempio per il mio primo film da regista (“Diciotto anni dopo”, ndr) facevo il ruolo di un balbuziente. Per farlo bene ho lavorato con un attore veramente balbuziente per molti mesi. E ho balbettato per quasi un anno: quando ho finito quel film ho fatto molta fatica a smettere di balbettare! Per ogni personaggio uso metodi diversi, per me è più grande la gioia di entrare in un personaggio che il dolore di uscirci.
Come riesce a coniugare il suo doppio ruolo di attore e regista?

Ho sempre sognato di fare l’attore nei film che scrivevo e dirigevo, come fanno i miei grandi miti, Benigni, Allen, Verdone. Solo adesso che mi avvio al mio quarto film da regista comincio a pensare che un giorno forse potrei fare una regia senza fare l’attore. Però fare entrambe le cose è molto bello, perché non devo fare provini e non ho mai il regista che mi urla dietro e mi rimprovera! Come succede in “Noi e la Giulia”, non sempre scelgo di fare il protagonista del film. A volte mi scelgo un ruolo perché mi piace farlo.
Quali altri film ha fatto recentemente come attore?

In Italia ne sta uscendo uno, in questi giorni, che si chiama “Loro chi?” ed è una commedia action; l’anno scorso, invece, ho fatto uscire solo il mio film da regista. Poi a febbraio uscirà un altro film che ho fatto come attore, che si chiama “Perfetti sconosciuti”.

Le piacerebbe collaborare con qualche autore russo?

Mi piacerebbe molto fare un film da attore in Russia. Ci sono tante cose che una persona curiosa come me vorrebbe fare, ma ho un insieme di impegni prefissati e le mie stagioni sono molto pianificate. È difficile prendersi degli spazi per fare altre cose: non lo escludo in futuro, ma adesso ho bisogno di lavorare nel posto in cui sto, per raccontare quello che conosco bene.

Cosa pensa del cinema italiano contemporaneo?

È una domanda molto difficile. Ci sono due modi di guardarlo: da una parte i numeri ci dicono che la quota di cinema italiano in Italia si sta abbassando, guardiamo molti più film americani e inglesi. Però poi fra vent’anni si dirà “il cinema italiano degli anni Duemila”, come diciamo “degli anni Sessanta”, infatti se pensiamo agli ultimi quindici anni abbiamo vinto due Oscar, l’Orso d’oro a Berlino, due volte il gran premio della giuria a Cannes. Il cinema italiano all’estero, dal punto di vista artistico, piace tanto, ma facciamo molta fatica a distribuirlo. Per me è un mistero come il mio primo film, che è piaciuto moltissimo qui e negli Stati Uniti, non abbia trovato una vera e propria distribuzione in sala, nonostante abbia vinto circa cinquanta festival nel mondo.

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