Thomas Cropelli, graphic designer di tecnologie interattive in Touchlux, ha parlato a MOSCOWita della sua esperienza nel campo della moda e del lavoro сhe vorrebbe fare in futuro.

 

Che lavoro facevi, in Italia, prima di andare a Mosca?

Ero Store Manager di un negozio «Guess». A tempo indeterminato: avevo un contratto che mi avrebbe permesso di rimanere lì a vita, se avessi voluto.

E perché hai deciso di trasferirti? Perché proprio in Russia?

Ho la ragazza qui, e allora ho deciso. Un ragazzo con cui volevo fare business, inoltre, mi aveva detto: vieni a lavorare con me, a Mosca. Ovviamente, non ho mai creduto a tutto quello che diceva, ma vedevo che un impiego, lui, l’aveva. In Italia, invece, sarebbe stato difficilissimo trovare un altro lavoro. Quindi, mi sono detto:  ”Vengo qui e provo una nuova esperienza, già a Londra mi sono trovato bene”.

E poi cos’è successo?

Sono arrivato, ho iniziato a lavorare con lui, per le prime due settimane abbiamo cercato dei clienti. Lavoravamo con tecnologie touch-screen, praticamente: tavoli touch-screen per i ristoranti, finestre touch-screen, vetrine per i negozi di abbigliamento. Poi ha iniziato a non farsi sentire più… e non ho più voluto avere rapporti con lui, perché nel frattempo ho conosciuto tantissimi russi e italiani competenti e corretti. I russi sono un popolo che, dalla mia esperienza, è tra i più affidabili del mondo.
Se fai vedere loro che sei una persona pulita, una persona corretta, loro ti danno tutto.

Quindi vuoi restare a Mosca o tornare in Italia?

Restare, senza alcun dubbio! In Italia non mi mancava niente, e io adesso qui sto avendo delle difficoltà, ma voglio rimanere qui, per sfida, per combattere. Insomma: se uno è convinto di fare le cose, le fa. Prima o poi, ci riesce: non può sempre andare male. Ho avuto questa brutta esperienza, ma c’è molta gente che mi sta aiutando, qualcosa salterà fuori. Non bisogna sempre essere pessimisti.

Quindi non hai mai pensato di rientrare, neanche per un momento?

Mai, perché io sono terribilmente ambizioso, e per me tornare a casa sarebbe una sconfitta. In più, sono molto orgoglioso, e tengo molto a quello che dice la gente. Ora la mia priorità è imparare bene la lingua russa. Posso andare a lavorare in un ristorante, come posso andare a lavorare nella moda: va bene tutto. Bisogna essere umili per crescere: non ho mai fatto il cameriere, ma non mi vergognerei di farlo. Perché si impara parlando con la gente. Una lingua, anche la più difficile, la impari, se lo vuoi.

Come vedi il business a Mosca?

Ci sono tantissime opportunità. Tantissime. Il problema è che, se non conosci una persona russa che può aprirti delle porte, che può indirizzarti con le sue strade di contatti – e soprattutto se crede nel prodotto -, non puoi fare quasi nulla, anche se hai l’idea più geniale del mondo. In Italia, se tu hai capacità e sei bravo, puoi fare, anche se ci sono meno posti disponibili. In Russia è un po’ come nel mondo dello spettacolo italiano, invece.

Secondo te, quali sono gli italiani più importanti per il tuo business, sia qui all’estero, che  in Italia?

Nel mio business, a parte gli stilisti più importanti, c’è un mio amico, uno del mio stesso paese. Lui è importantissimo qui a Mosca e vende mobili qui per le cucine, arredi per le camere da letto. Si chiama Carlo Tura. Un altro ancora è nel mio settore, nel settore della moda: si chiama Massimo Sabbadin, è il proprietario del brand Bad Spirit, un brand davvero di tendenza, tante borchie, molto rock. E lui ha iniziato per gioco, ma poi ha visto che questa cosa piaceva tantissimo. Lo ammiro tantissimo: comprava le magliette e poi le modificava lui. Non c’è una persona importante, invece, nel business tecnologico: ci sono persone che hanno fatto i soldi, ma non c’è proprio un artista della tecnologia: ci sono persone che hanno importato qui i loro prodotti e stanno iniziando a lavorare. Nella ristorazione, invece, ci sono molti chef famosi, qui, fortemente voluti dai russi per insegnare l’arte della cucina italiana a Mosca.

Come funziona, come dovrebbe funzionare, esattamente, il tuo business?

È una domanda un po’ difficile, perché adesso io non sto facendo niente. Se si parla del business сhe facevo prima, si parla di un lavoro difficile, massacrante. Bisogna andare a cercare i clienti e loro devono dire di sì. Per fare business, infatti, devi avere faccia tosta, non devi guardare in faccia nessuno. Ovviamente, non fregando la gente, ma andando il fondo al proprio obiettivo, non mollando mai.

È possibile, secondo te, creare nuovi prodotti, nuovi brand a Mosca?

Secondo me sì. Se qualcuno ha qualche idea nuova, originale, perché no? Anche nella moda. Nei vestiti, se uno ha delle idee precise, fresche, inusuali, inedite. Perché la moda è  sempre «work in progress», non si ferma mai. È difficile, più che altro, perché la Russia importa molto. È difficile creare un marchio russo che sia conosciuto in Europa: sono pochi gli stilisti russi conosciuti in Europa. Quali altri tipi di prodotti possono funzionare? I prodotti italiani, soprattutto quelli di design. Nelle fiere moscovite la maggior parte degli espositori sono architetti e designer italiani. C’è tantissima richiesta, perché noi siamo molto creativi. Voi siete bravi in certe cose, noi siamo bravi nell’essere creativi. Per design intendo cose tangibili, che si possono toccare.

Cosa ti aspetti dal futuro, dal tuo lavoro?

In questo momento così difficile, mi aspetto di essere felice. Per quanto riguarda il lavoro, spero solo – e credo fermamente che così sarà – che le cose migliorino. E poi la mia ragazza mi sta aiutando tantissimo.
Io ho un sogno: vorrei aprire un negozio di vestiti qui. È molto difficile, perché ho visto i negozi di proprietà sono pochissimi. Non è come in Italia, con i negozi a gestione familiare. Prima, magari, vorrei aprire uno showroom di marche italiane che io conosco e che in Russia non conosce nessuno. E per questo sarebbe interessante, perché i russi vedrebbero un “made in Italy” a prezzi non molto alti, o, quantomeno, molto più bassi di quelli che sono abituati a vedere qui, ora, per le marche italiane. Qui andrebbero alla grande le t-shirt più stilose, che finora non si vedono da nessuna parte. Sono sicuro che ai moscoviti piacerebbero, al cento per cento. Vorrei riuscire a mettere su uno staff per portare qui dall’Italia questi brand. E poi i buyer del GUM e degli altri centri commerciali verrebbero da me per comprare le mie cose. Bisognerà fare una pubblicità incredibile, è chiaro. Costosa. Altrimenti, l’avrebbe già fatto chiunque.

 

Ma dovresti fare concorrenza a Zara, H&M, Top Shop…

Anche se il prezzo fosse appena più alto di quello di Zara, il cliente riuscirà a capire cos’è che sta comprando: sono prodotti “made in Italy”. Poi, come pubblicità, qui serve molto aprire dei gruppi sui social network, perché tutti i giovani sono iscritti ai social network. Aprire questi gruppi non costa niente, basta avere il tempo di mandare messaggi a tutti i contatti. Questo mi piacerebbe fare: vendere quello che mi piace. Ho tempo: non sono vecchio, ho 28 anni, sono arrivato qua da sei mesi, vedrò come va… Al massimo, per strada non dormirò, tornerò a casa e mi godrò la mia famiglia, che è sempre lì, pronta, a braccia aperte.

Foto di Julianora Bang

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