“Nel mezzo del cammin di nostra vita, mi ritrovai per una selva oscura ché la diritta via era smarrita…”

La celeberrima frase che apre la Divina Commedia di Dante Alighieri, rientra senz’ombra di dubbio nel bagaglio pseudo-culturale di qualsiasi italiano, giacché è una specie di massima rituale che abbiamo ascoltato, letto e recitato (e storpiato!) chissà quante volte. Eppure, nonostante i secoli, traduzioni, adattamenti, usi ed abusi, questa formula arcana contiene davvero l’essenza del mistero della vita e potrebbe ben figurare su una t-shirt di un qualsiasi espatriato di mezz’età come il sottoscritto.

Mentre metto giù la parola “espatriato” mi rendo conto che sto traducendo letteralmente dall’inglese “expat”, termine che possiede una valenza senz’altro più calzante e assolutamente meno esiliante della versione italiana. Con cosa sostituirla…? Volendo mantenere l’idea suggerita dall’“ex” latino che sta a significare “di fuori” (in questo caso “fuori dalla patria”), arriveremmo più che altro a termini che o incutono timore ombroso come “straniero” (dal latino “extra”, “di fuori”, dunque “strano, nuovo, minaccioso”) e “forestiero” (“della foresta”, a sua volta “di fuori” e dunque ancora “pericoloso”) oppure troppo edulcorati come “esotico” (sempre correlato a “extra” ma per lo più rivolto ai commestibili). Tralasciando il passato di moda “emigrato” e lo scartoffioso “trasferito” approdiamo ad un interessante sinonimo: “Trapiantato”… Be’, già meglio, anche se io “trapiantato” proprio non mi ci sento, non credo d’aver trovato un terreno stabile per ficcarvici le mie penzolanti radici, qui in Russia. Direi, anzi, che più che “trapiantato” mi sento proprio uno… ECCO! Ci sono! “SPIANTATO”! Anche se, devo ammettere, un po’ rabbrividisco per tutto ciò che di negativo trasmette questo vocabolo, visto che il non essere né di qua né di là, l’essere cioè in mezzo, puzza troppo dell’atavica bestia nera dell’essere umano: la sua temporaneità.

Ma perché?, mi chiedo. Non siamo già immersi in quotidiane precarietà e relatività fin da quando nasciamo? Prendiamo delle semplici domande e risposte: “Chi è Luigi?” – “Un calciatore” . O, ancora più ironicamente: “Chi è Luigi?” “Un calciatore in pensione”… E poi: “Letizia è la moglie di Bruno”, “Quei due sono ex fidanzati”… Tutti, insomma, siamo definiti per quello che facciamo, rappresentiamo, simboleggiamo o -ancor più ironico – per quello di cui ci occupavamo un tempo e non ci riconosciamo in quello che SIAMO nel senso di ESISTENTI-ORA. Se pensiamo a termini come “cliente”, “ospite” o “passeggero”, poi, la precarietà viene ancora più evidenziata dal fatto che non siamo clienti, ospiti o passeggeri per definizione ma in funzione del luogo in cui ci troviamo.

È davvero così difficile captare ed ingabbiare il midollo dell’essere umano? Sembra proprio di sì, visto che con il passare delle epoche anche gli assiomi e le certezze delle religioni iniziano oggi piano-piano a traballare.

L’unico terreno su cui sembra rimanga ancora qualche brandello di speranza di risposta, in realtà, ci viene fornito da un concetto che ci incuriosisce fin dall’antichità, quello del “viaggio”, considerato da sempre una pratica fondamentale all’interno della maturazione di un individuo. Se, nel tentativo di averne un’esemplificativa visione globale, proviamo ad affiancare al sopracitato Dante l’Odisseo di Omero, vedremo come entrambi i viaggiatori riassumono alla perfezione l’intero concetto:

Dante - (1) pellegrino che intraprende un viaggio in (2) direzione verticale esplorando (3) la moralità e (4) avvalendosi di una guida.

Odisseo - (1) eroe d’un viaggio (2) orizzontale (3) di tipo geografico che (4) si serve solo del suo istinto.

Anche se molto diversi, per entrambi, l’esplorazione dell’ignoto, del fuori, dello strano, arriva paradossalmente alla scoperta del sé, una volta terminato il viaggio.

Ovviamente, alla luce di tutto ciò, l’associazione tra un percorso di questo tipo e il viaggio più grande, quello della vita, è spontanea: anch’essa ha un inizio (nascita), un cammino (percorso in sé) ed un arrivo (morte). Il punto finale, inoltre, esattamente come avviene nel viaggio mitico, si conclude nello stesso punto in cui è iniziato, dando un senso di circolarità, armonia e perfezione: morendo, rientriamo nello stesso ignoto che ci ha partoriti, proprio come Odisseo rincasa ad Itaca e Dante, facendo ingresso in Paradiso, ritorna al luogo da cui provengono tutti gli uomini di Dio.

La considerazione che la coscienza della vita o, meglio, la coscienza della morte è davvero l’unica cosa che ci differenzia dalle bestie selvatiche (a nessun altro essere vivente viene INTELLEGIBILMENTE COMUNICATO che ha una specie di data di scadenza su questa terra), è in effetti qualcosa che turba, non possiamo nasconderlo. E il viaggiare sembra rappresentare la nostra unica medicina, il nostro solo mezzo per sopportare questo pesantissimo bagaglio che ci accompagna dal primo vagito.

Mi sovviene a questo proposito un’associazione ben più prosaica che secondo me, però, non rompe il meccanismo: c’è poi così tanta differenza tra un viaggio mitico o spirituale ed un viaggio turistico? Mi sento di rispondere tranquillamente di no e, credo, a ragione. In mio aiuto accorre di nuovo la fidata etimologia: “turista” (“colui che effettua un viaggio in un luogo diverso da quello in cui soggiorna, in genere attraverso un mezzo di trasporto”) proviene dal francese “tour”, cioè “giro”. Ancora una volta, quindi, la perfetta circolarità. Perché la vita, alla fine, che altro è se non un gigantesco viaggio turistico? Che altro sono stati, i nostri Dante ed Odisseo, se non i più grandi turisti mai esistiti?

Ed ecco allora che alla fine, sentirsi a Mosca uno spiantato in mezzo al mezzo, non fa più tanta paura come prima.

 

 

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