L’ultima volta che mi sono ritrovato a tifare con tutto il cuore e l’anima per la mia nazionale di calcio fu nell’estate del 1982. Avevo 12 anni e stavo aiutando mio padre a caricare sul suo furgone dei cartoni che dal garage portavamo in cortile. Ero in piena vacanza da scuola ed era uno di quei lavoretti -rammento ancor oggi- che i genitori di affibbiano quando ti vedono bighellonare in giro per casa come una palla di polvere. 

Era martedì -nel mio paese giorno di mercato-, l’aria ribolliva, portavo una canottiera da muratorino, un paio di pantaloncini tirati su e le cicale frinivano. Come merce di scambio, ero riuscito a convincere mio padre -che non è mai stato un calciaiolo- a piazzare sulla sporgenza di un’asse di legno chiaro una piccola TV portatile grigio-futuro, pura avanguardia anni ’80 e oggetto a dir poco avveniristico. Un’ennesima riprova per me che -come continuavano a dirci a scuola- quando saremmo stati grandi noi, il cielo si sarebbe davvero riempito di macchine volanti. La partita: Italia-Argentina, in bianco e nero, ma tanto che gli altri giocavano con le maglie a strisce. E con Maradona, riccioluto ventiduenne al suo primo mondiale. Io ed il babbo adocchiavamo l’incontro di passaggio, tra un cartone e l’altro, stanchi per l’afa, senza vera passione. Soprattutto perché anche i più inesperti avevano sentenziato sarebbe stato per l’Italia l’ultimo episodio di un mondiale in cui i nostri fin dall’esordio avevano arrancato come rachitici, zombie zoppi.

Tutti oggi sappiamo che invece non andò così e che quello fu il primo passo di uno dei tipici miracoli italiani della nostra più cara arte nazionale: quella dell’arrangiarsi. Approdammo alla finale del Bernabéu acciecando prima in modo epico dei tipacci ciclopici come Zico, Socrates e Falcao. E, nonostante nell’ultima partita ci aspettassero dei granitici armadi tedeschi a tutta anta e dell’Ovest, come fate benedette danzammo sulla cortina di ferro di quegli 11 orchi dell’Ade e vincemmo per 3 a 1 la finale della Coppa del Mondo. Che stavolta guardai non più giù in garage ma su in salotto, ancora con il papà ma anche col nonno, sul tappeto, con la tele grande, dove ricordo il rigore sbagliato da Cabrini, l’ennesimo Pablo Rossi, l’urlo spaccabocca di Tardelli, la mamma e la nonna in cucina che a volte spuntavano a sbirciare, il mio fratellino che rotolava biondo. Poi la gioia sulla cinquecento, il bandierone, le masse di persone festanti. E ingenue. Ecco, è questo l’aggettivo bello che mi sovviene, “ingenue”, naïve proprio come i quadri che dipingeva ed appendeva dappertutto mia madre. Se ripenso ancora adesso a quei momenti, infatti, ricordo che mi pervadeva solo pura gioia spensierata, sana e senza l’ombra di marchi di nazionalismi, di squadre esclusive, di farneticanti superiorità di razze o fazioni.

Il calcio, insomma, mi piaceva, anche se alla fine non seguivo molto il campionato e mi limitavo a tirare il Tango sul muro davanti del condominio, trasformandomi ad ogni rimbalzo in Bettega, Zoff, Scirea. A volte passavo ore a raccontarmi le radiocronache di favolose finali in cui io segnavo all’ultimo secondo in tuffo di testa davanti a migliaia di persone osannanti il mio nome, mentre gli avversari abbarbicati alle mie caviglie cercavan d’azzannarmi come tagliole affilate. Ovviamente, ero sempre io a mettere il goal decisivo, quello che suggellava il trionfo. Come ancora ero io ad esser portato in trionfo a spalla per giardino e cortile del palazzo da tutto il resto della squadra: me.

Il tempo passò e mi resi conto che quel 1982 era stato davvero unico. Bastava guardare le figurine del mio vecchio album Panini del Mondiale ’82 con le divise spartane, le facce spigolose e malcurate, barbute o baffose dei giocatori di allora e metterle a confronto con i gel, i tatuaggi, i codini, i muscoli da Sportgym di quelli d’oggi. Il calcio degli eroi di squadra si stava piano-piano spegnendo e a me quello nuovo non interessava più. Anzi, ero terribilmente infastidito ogni qual volta mi sottoponevano quella stupidissima domanda che ovunque andassi mi correva appresso come un’ombra disperata: “E tu?! Di che squadra sei?” La odio ancora oggi e rappresenta senz’altro una delle ragioni per cui non mi sono mai pentito d’avere smesso d’essere un calciofilo credente e praticante.

No, forse non sono del tutto sincero. In verità c’è stata una volta nella mia vita quando ho pensato -anche se per un unico, minimo istante- che forse avevo appeso troppo presto l’album Panini al chiodo. E ricordo bene il perché, visto che ero sicuro che ci avrei rimesso le penne.

Qualche anno fa, in un morente meriggio di dicembre, mi trovavo in un vagone semivuoto della linea rossa della chilometrica metropolitana moscovita, viaggiando in direzione sud verso una lezione che avrei tenuto all’università R.U.D.N, a Yugo Zapadnaya. Il treno si era fermato ad una stazione sbuffando ed aveva aperto le sue porte sulla maestosa Kropotkinskaya, dal sontuoso pavimento a quadratoni granitici bianchi, neri e rossi e le volute candide e alte. Lì per lì, rapito dallo spettacolo, non lo avevo notato. Ma, non appena l’altoparlante aveva iniziato la classica frase metallica: “Attenzione, le porte si stanno per chiudere…”, avevo immediatamente inquadrato quel tipetto tracagnotto e dal capo rasato che, nonostante il gelo polare di fuori, indossava solo una maglietta rossa della squadra di calcio dello Spartàk, la più blasonata e rovente tra quelle di Mosca.

Guardandosi intorno e soffiando dalle nari come un toro ferito, aveva finito per fermare il suo sguardo sanguigno proprio su di me. Sembrava infatti incuriosito da qualcosa che quel momento non capivo. A falcate losche e pesanti mi si era quindi avvicinato, mentre, come sempre a ghigliottina, le porte della metro si erano definitivamente serrate d’un colpo, sbattendo. “Sei un fascista?!” mi chiese indicandomi lo zaino che tenevo in grembo. Ora, quella domanda, già di per improvvisa ed assurda, mi aveva lasciato ancor più sbalordito perché, nonostante il mio zaino fosse completamente nero, non mi sembrava bastasse per desumerne alcuna mia tendenza politica.  “Allora!? FASCISTA?!”, insistette il tipo con una frase che in russo, causa la mancanza dell’in effetti superfluo verbo essere, incuteva ancor più timore. Fu solo in quel momento che, abbassando lo sguardo, notai che lui non si stava per niente riferendo allo zaino in sé ma alla spilletta appesa sopra, proprio l’emblema dell’Università R.U.D.N. donatomi in pompa magna dalla Direttrice il primo giorno di lezione. Il simbolo accademico, in realtà, aveva ben poco di una croce celtica o una svastica ma evidentemente al mio ospite ispirava invece sentimenti molto più ariani dei miei.

“Ehm, ehm- bofonchiai- “Я не говорю по-русски”, “io non parlo russo”, un lasciapassare che, nonostante non vero (o per lo meno non del tutto…) mi ha salvato in più di un’occasione con qualche zelante miliziotto che a Mosca può fermarti per la strada per un comune controllo passaporto o solo per sfizio. Il personaggio, invece, alle mie parole, si era bloccato come un automa in cortocircuito. Aveva poi aperto gli occhi a palla e spalancato la bocca su una caverna nera: ” SEI… STRANIERO…?!” m’aveva vomitato addosso. “Ehm, ehm”, prendevo tempo io. “E… di dove…?!”, sibilando minaccioso. “Ehm… ehm… Italia”, feci, mollandogli addosso una parola solo in apparenza normalissima visto che questo mio secondo lasciapassare spesso solleva sorrisi complici, manate amichevoli e inneggiamenti ai vari Celentani, Al Bani, Ricchi & Poveriani… Ma anche questo con il nostro amico pareva non funzionare.

Mi aspettava una terza e ben più pericolosa domanda: “Italiano, eh…? Bene, bene… Dimmi: Lazio o Roma…?!” Lì per lì ero rimasto di sale proprio come quando m’aveva chiesto se il mio fosse uno zaino fascista ma non ebbi molto tempo in quanto, al mio reiterato silenzio, lui riprese, più forte e stavolta urlando: “ALLORA!!! LAZIO o ROMA?!?!” Come uno schiaffone, quelle parole che giunsero al mio volto assieme ad un fiato stagnante vodka, mi svegliarono tutti i sensi. E capii: stava verificando la mia fascistosità apparente e dichiarata dalla spilletta universitaria attraverso un quesito più sottile dei precedenti. Perché in effetti, mi sovvenne, una delle tifoserie delle due squadre della capitale italiana ha fama d’essere profondamente destraiola. Bravo, Cris, mi dissi. MA ora: QUALE?!?! Mi sembrava di ricordare che nella curva degli ultras della Lazio si esponessero striscioni inneggianti al Duce e che si narrasse che un certo lor giocatore (Di…, Di…, Di Caprio?! No… Di Cranio?!) ci avesse pure la dicitura “dux” tatuata schietta sul bicipite destro. Ma, avendo da tempo smesso appunto le figurine, non potevo certo esserne sicuro. Soprattutto davanti al musone scimmiesco del tipo, che nel frattempo si era fatto sempre più sbuffante e vicino. Iniziai comunque a parlare. O, sarebbe meglio dire, a proferire un suono scomposto, in quanto quello che mi uscì fu una cantilena del tipo: “Rommmmmmlazzzzrommmlazzzzzrommmmlazzzz…” che -pensavo- avrei fermato nel momento esatto avessi notato un barlume negli occhi del personaggio. Ma niente, lui non faceva una mossa, non muoveva ormai nemmeno più le palpebre degli occhi che sembrava mi stessero facendo una radiografia, una TAC, una lampada ai raggi UVA di quelle da 100 in 1 minuto. Fu l’inaspettata e brutale fermata del vagone nonché la violenta lingua di luce esterna che ruppe quella specie di malefico incantesimo. Le porte si aprirono scattando ed il microfono gracchiò il nome della stazione di Vorobyovi Gory (che, nonostante il delirante momento, ricordai come i moscoviti fossero orgogliosi si trattasse dell’unica al mondo su di un fiume, cosa che spiegava anche l’immenso chiarore che ci aveva d’improvviso avvolti). L’avvenimento sembrava avere richiamato finalmente l’attenzione del nano psicopatico bramoso di trasformarmi in fettine di prosciutto italiano. Ma era stato solo un  microsecondo, prima che l’occhio torvo da corvo strabico si poggiasse di nuovo su di me. “Eccolo…” mi dissi mentre l’ultraultras issava la pesante mano destra verso l’aria per sicuramente scaraventarmela sul muso e su tutto quello che gli sarebbe capitato a tiro (meno forse lo zaino fascista…).

Chiusi gli occhi, strinsi la sacca nera in un estremo tentativo e maledissi dentro di me la mia ignoranza calcistica. Per mia sorpresa, però, niente succedeva, in quegli interminabili secondi. Mentre come dall’aldilà le parole dell’altoparlante annunciavano che le porte si stavano ormai per serrare, ebbi il semicoraggio di socchiudere un occhio e vidi cosa era avvenuto in realtà: il pazzo pupazzo mi stazionava davanti con lo sguardo conficcato nel vuoto del finestrino dietro me, irto come un palo della luce con il braccio destro levato e teso allo stremo a disegnare un perfetto saluto romano. Poi, come una molla schizzata, si era messo a saltare così in alto da sfiorare il soffitto, sempre mantenendo, a mo’ di soldatino di plastica, quella posizione angolata che sembrava non potersi scomporre neanche in aria. A balzelli si avvicinò alle porte compiendo il guizzo finale appena prima che si chiudessero e cominciando, una volta fuori, a zompare ancora più in alto, stavolta accompagnandosi con un grido che non avrei mai più dimenticato: “BENITO! BENITO! BENITO MUSSOLINI! BENITO! BENITO! BENITO MUSSOLINI!…”

Il treno finalmente partì. Io, mentre continuavo ad osservare quel puntino folle e rimbalzante che si faceva sempre più piccolo, ringraziavo l’eco dell’urlo che veniva piano-piano inghiottita dal clangore delle ruote contro il metallo e dal rimbombo del tunnel oscuro in cui aveva preso a rifugiarsi il vagone.

Ero salvo.

Mi guardai attorno. Le poche persone che c’erano sembravano non aver notato niente, quasi fosse stato tutto una specie di mio incubo. Abbassai gli occhi e ciò che vidi, assurdamente, mi rinfrancò: la stretta che ancora avevo sullo zaino dimostrava che invece era davvero successo.

Fuori, la luce che mi aveva acciecato e salvato, stava lasciando spazio al nero pece delle viscere del sottosuolo di Mosca.

Mentre guardavo ipnotizzato le lampade al neon che zampillando avrebbero presto sostituito il cielo, mi chiedevo rapito quanto tempo avrei dovuto ancora aspettare per vederlo finalmente traboccare di quelle ripromesse ed a lungo agognate, macchine volanti.

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