Per me Mosca non potrà mai essere ordinaria, grigia, opprimente. Mosca non è la routine, Mosca è scoperta, emozione, è una favola caotica e variopinta, è grandezza e crudeltà, tracotanza e mestizia, Mosca è le guglie, le stelle e le cupole delle sue notti infinite, dei suoi ponti di lumini tremolanti, delle sue strade larghe come laghi d’asfalto, tagliate dalle auto in corsa.

Forse perché la vedo con gli occhi di chi non vi è nata, e che la prima volta che ci arrivò, a venticinque anni, ne rimase sconcertata. Fu un amore a prima vista, senza mezzi termini né compromessi. Quegli amori che a volte ti prendono a sberle, ma che non potrai mai dimenticare. Un amore tagliente e struggente, sbalorditivo e contrastato, come si ama ciò che affascina e tormenta, che carezza e che uccide.

Per questa ragione da Mosca, ancora adesso, mi piace restare abbagliata, come se fosse la prima volta. Mi piace essere ogni volta turista, fare gli stessi giri e camminarvi con piede leggero, incerto.

Tutte le volte che arrivo a Mosca, devo vedere la Piazza Rossa, ma per lei non sono pronta subito. E’ una visione che riempie l’anima, perciò va centellinata e bisogna prepararsi. Prima mi piace passeggiare per la zona di Teatral’naya, percorrere la Bolshaya Dmitrovka, fermarmi a bere un caffè da Herdiard e fare colazione con una tortina o un croissant. Poi entro nella piazza del Bolshoy Teatr, me lo ritrovo a destra. Saluto la statua di Marx di fronte, percorro la strada che porta al Manezh e alla statua di Zhukov. Mi fermo dove tutti buttano le monete ed esprimono un desiderio, e comincio a spiare dalla fessura la cattedrale di San Basilio. Prima grandissima, sembra esplodere dentro l’arco, poi si fa via via più piccola fino a diventare un castello di fiaba, contornato dalla sua cornice, come quei ninnoli di gomma che stanno dentro alle sfere di vetro, che quando si agitano fanno turbinare la neve finta (e che, non a caso, si chiamano cattedrali). Entrando attraverso l’arco, la chiesa diventa all’improvviso reale, acquista una nuova dimensione e si staglia, trionfante, all’orizzonte. Il selciato è piegato, ad aumentare otticamente la grandezza della piazza. La pizza è vuota e mi aspetta. Dev’essere vuota, perché io mi arrabbio da morire quando ci fanno le piste di pattinaggio (anche se ammetto che è suggestivo), le parate, i concerti. La percorro tutta, lentamente, e la cattedrale diventa sempre più grande. Poi torno indietro ed esco da sinistra. Mi fermo a mangiare qualcosa da Planeta Sushi di fronte alla piazza. Continuo il mio percorso entrando nell’Aleksandrovskij Sad, e proseguo fino alla Cattedrale bianca e d’oro di Cristo Salvatore (Khram Krista Spasitelya). Imponente, regale. Proseguo di sotto, lungo la naberezhnaya, seguendo la Moskva “down to Gorkij park”, come la canzone degli Scorpions, trovandomi la statua di Pietro I sulla sinistra. Ai moscoviti fa schifo, ma per me ha qualcosa di familiare e simpatico: mi fa sentire, ogni volta, a casa.

La cattedrale di San Basilio si intravede dall’arco

Dopo il giro a Gorkij Park, mi piace fare un salto al Muzeon, il parco di fronte. Lo preferisco al Gorkij. In fondo ci sono statue di epoca sovietica, buttate lì nell’erba come fossero cadute dal cielo, dimenticate da un artista distratto, o gettate da un collezionista volubile. Passando a sinistra, lasciandosele alle spalle, si accede ad un punto in cui sembra di essere a San Pietroburgo (non me ne abbiate, moscoviti e pietroburghesi, che si sa che voi in quanto a rivalità siete come i pisani e i fiorentini!), con un isolotto in mezzo, le case schierate di lato e il ponticello. Da lì si accede alla parte più dinamica di Mosca, quella dove c’è la fabbrica Krasnij Oktyabr e tante discoteche. Mi piace prendere un aperitivo, se il tempo lo consente, allo Strelka, sulla terrazza, e godermi l’impagabile vista della Cattedrale di Cristo Salvatore, il cui oro a quell’ora riflette nel viola e nel cobalto del tramonto, e sembra che da quella cupola lucente, d’un tratto, possano spuntare due occhi giganti e terribili, che ti giudicheranno o ti sedurranno, a seconda di quanto il vino ti abbia reso indulgente con te stesso.

Quando Mosca sembra Pietroburgo

 

La vista della Cattedrale di Cristo Salvatore

Cena panasiatica al Roni, Petrovskie Linii

Per la cena, mi sposto di nuovo nella mia zona preferita, Teatralnaya, magari fermando un taxi improvvisato per strada. Ho scoperto un posto che incontra il mio amore per la cucina panasiatica: Roni, un ristorantino dalle luci soffuse su Petrovskie Linii, dietro al Bolshoy. Si spende parecchio, ma la cucina è ottima e non può mancare il the orientale allo zenzero, miele e limone a fine pasto. Per concludere la serata, non c’è posto migliore del Mendeleev. Un locale così a Milano ce lo si sogna! I moscoviti lo conosceranno e non ne saranno più stupiti, ma per me è stato una rivelazione. Trovare dentro ad una spaghetteria cinese di bassa lega, dall’insegna vecchia, delle misteriose tende di velluto e un buttafuori in giacca e cravatta, scendere le scale come un clandestino ed immergersi in un mondo sotterraneo fatto di musica del pianoforte, archi e volte affrescati, candele e cocktail stravaganti, non è cosa banale. Quella è una grotta che ha qualcosa di decadente, di sinistro e di effimero, di sacro e profano. Sembra d’essere dei bevitori d’assenzio ai tempi del proibizionismo, ci si aspetta che da un momento all’altro compaia la polizia e ci si guardi intorno disperati: ci hanno scoperto!

Mendeleev bar

 

Ma ora sono quasi le 2. Il locale sta chiudendo. Esco a riveder le stelle. E’ tempo di dormire, e tutte le volte mi chiedo se quella Mosca esista davvero. Se non fosse così, se fosse un sogno ricorrente, voglio che resti tale. Per favore, nessuno mi dica che ho preso una botta in testa! Forse di botte in testa ne ho prese più d’una, ma quella Mosca, ovunque sia, non me la toglie nessuno, e so che innumerevoli volte  posso rivivere quella giornata e ogni volta trovare qualcosa di nuovo nell’identico.

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