Nell’ambito del festival EcoCup che si svolge a Mosca, il documentarista Marco Leopardi ha presentato il suo film “U Ferru”, dedicato alla tradizione siciliana della pesca del pesce spada con l’arpione. MOSCOWita ha parlato con il regista e discusso di ambiente, ecologia, natura, animali – e del posto del cinema in mezzo a questi argomenti.

 

 

D: Il suo nuovo film racconta la storia di un ragazzo che si chiama Giuseppe, figlio di un ramponiere, che mostra dei dubbi legati alla natura, agli animali, all’ecologia, in ultima analisi alla morale. Per Giuseppe, la pesca e l’uccisione degli animali sono un ostacolo nel rapporto con il padre. Sappiamo che l’autorità nei confronti dei figli è fondamentale per tutti i genitori in Italia. Cosa fare? È possibile trovare compromessi in questi casi?

R: Si tratta di un dramma personale, molto difficile da risolvere. La risposta alla domanda “Cosa fare?” a Giuseppe è arrivata mentre studiava biologia all’università, ed è stata razionale: è necessario tenere un atteggiamento più etico nei confronti della natura. Quindi, quando il padre l’ha incoraggiato a uccidere il suo primo pesce, sono sorti dei problemi: non sapeva se farlo o meno. Alla fine del documentario, in qualche modo, Giuseppe riuscirà a diventare pescatore. L’ambiente, questo rapporto tra gli uomini e la natura, è sempre stato di mio interesse, insieme al valore della tradizione.

D: Questo tipo di pesca è ormai solo una tradizione?

R: Realizzata in questo modo, è soprattutto una tradizione siciliana.  Ho scelto questo tema perché mi sembrava importante: se dobbiamo continuare a uccidere gli animali per vivere, dobbiamo farlo in maniera sostenibile, perché la natura possa sopravvivere. La pesca del pesce spada ne è un simbolo. È cruenta, ma molto selettiva: tu scegli un pesce che deve essere grande, e tutti gli altri li lasci vivere. Ma probabilmente questa modalità non andrà avanti, per motivi economici: le barche sono impegnative da gestire, gli equipaggi molto numerosi, e il prezzo del pesce spada pescato così è uguale a quello dello spada pescato con tecniche “di massa”.

D: Come ha scelto i protagonisti della sua storia?

R: Li conoscevo già bene, perché quindici anni fa ho già girato un documentario su questo argomento, e ho conosciuto una realtà su cui volevo fare altri progetti, come poi è stato “U Ferru”.

Per la trama e lo stile non ho dei punti del riferimento precisi: sono onnivoro, cinematograficamente parlando, cioè cerco di guardare più cose possibili. Per quanto riguarda questo film, però, forse c’è un riferimento a Vittorio di Sete, un famoso documentarista italiano che ha girato un lavoro sulla caccia del pesce spada negli anni ’50.

D: Ha deciso di diventare regista per indirizzare l’attenzione della gente ai problemi contemporanei, come in questo “U Ferru”?

R: Sì e no. La verità è che, da bambino, mia madre mi svegliava mentre ero a letto quando c’erano i documentari in televisione e me li faceva vedere. Tutto ha avuto inizio da questa passione, ma, per certi aspetti, è anche legato al fatto che non sono molto abile con le parole. I film documentari mi hanno concesso la possibilità di dire quello che voglio con la tempistica che preferisco.

D: Anche in Italia lei, da regista, può parlare di tutto ciò che vuole?

R: Certamente noi registi possiamo parlare di quello che vogliamo, ma la questione è riuscire a far vedere alla gente i nostri documentari. Fino a qualche anno fa (dieci/venti anni), l’unico mezzo di diffusione era la televisione. Adesso c’è la rete.

Questo è uno dei problemi di fondo da risolvere per trovare i finanziamenti necessari a realizzare un film. Riuscire a ottenere i soldi necessari per svolgere un lavoro approfondito, al quale dedicare parecchio tempo: questa è la cosa importante. La parte più difficile in questo tipo di lavoro è trovare i soldi.

Ciò che intendo dire è che girare un documentario è una passeggiata, in confronto alla difficoltà di trovare i soldi. E un altro problema è che servirebbe concedere più tempo ai film documentari, perché nella televisione italiana non vi è nessun canale dedicato, e in genere i documentari non vengono trasmessi prima di mezzanotte. Quindi non li vede nessuno. La televisione italiana manda in onda documentari che nessuno vede.

D: E se i soldi si trovano e il film si fa, la realtà può cambiare in qualche modo? In generale, il regista e il cinema hanno la capacità di cambiare il mondo?

R: È un’idea un po’ da illusi. Sicuramente si può fare qualcosa di più che stare seduto su una sedia e guardare il cielo.

Sì, mi piacerebbe fare qualcosa di grande. Nel mio piccolo, ci provo – ma, purtroppo, è un solo un’illusione.

D: Ma sono ormai quindici anni che il vostro studio cinematografico “Terra” produce film, voi il mondo lo cambiate sul serio!

R: Il nostro studio “Terra” produce un po’ di tutto. Io lavoro insieme a un collega che si occupa, ad esempio, di temi storici. Nel passato abbiamo girato un importante documentario per “National Geographic” in Messico.

Lì abbiamo studiato la comunità dei cosiddetti mennoniti, simili agli amish dato che vivono rifiutando la tecnologia. Noi siamo andati lì per raccontare il modo incredibile in cui vivono queste persone. Abbiamo seguito per un anno e mezzo la loro vita, raccontando la loro storia.

Abbiamo anche girato il documentario “Hair India”. Si tratta della storia di una famiglia Indiana molto povera che compie un viaggio per andare a donare i propri capelli in un tempio. Questi capelli vengono poi trasportati in Italia per essere lavorati e successivamente rivenduti. La cosa particolare è che i capelli donati da questa famiglia finiscono per essere ricomprati da una donna, una giornalista Indiana, solamente per soddisfare la sua vanità.

Ho svolto diversi lavori per la televisione italiana, la RAI, e ho girato un po’ l’Italia per le questioni più disparate. Quello che cerco è il materiale necessario per cominciare a narrare la storia di mio fratello.

Oppure, ad esempio, ho raccontato la storia di due ragazzi che hanno accettato di intraprendere un percorso educativo. Precisamente, questi due, per realizzare il loro percorso educativo, partono zaini in spalla e camminano per 2500 chilometri. A piedi, dal Belgio alla Spagna. Attraverso questo viaggio, è molto probabile che cambieranno il loro modo di rapportarsi alla vita. E questa è una bella storia che diventa anche mia, nel momento in cui seguo questi ragazzi nel loro viaggio.

Insomma, le storie che mi interessano ci sono eccome.

D: So che lei ha anche lavorato sul film di Chernobyl…

R: Quando ci fu lo scoppio io, come tanti italiani, adottai a distanza una bambina per un po’ di tempo. Fu allora che cominciai a conoscere meglio il problema e così, per dare il mio contributo, oltre ad aiutare la bambina decisi di andare lì e fare qualcosa.

D: Ha intenzione di girare un nuovo film in Russia? A Mosca, magari?

R: Magari, ma devo trovare una storia da raccontare. Per adesso, è probabile che io torni a Chernobyl tra qualche mese. In Russia dovrei trovare una storia interessante. Non mi faccio impressionare dall’architettura, per fare un esempio. Il paesaggio è importante, ma preferisco preoccuparmi della vita, di una qualche realtà. Le persone mi sembrano più interessanti.

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