Cantava, saltava e ballava. Gridava, circondato dalla desolazione, dalla vecchiaia e dal presentimento della morte. Soffriva, per il senso di vuoto, e piangeva perché tutti lo avevano dimenticato. Loro erano rimasti in libertà.

“Al presente”, di Danio Manfredini, autore ed attore italiano che ha lavorato per dodici anni in una clinica psichiatrica, è una delle opere più controverse presentate al Festival Internazionale dei Monologhi “SOLO”, tenutosi a Mosca nella prima metà del mese di ottobre.

Dallo spettacolo “Al presente”

Ci sono tanti film dedicati alle malattie psichiatriche. “Rain Man”, “Buon compleanno Mr.Grape”, “Forrest Gump”… Il protagonista principale nel film “Qualcuno volò sul nido del cuculo” non è riuscito a scappare da una clinica psichiatrica. C’è qualche possibilità di uscire senza aiuto da un ex ‘manicomio’, oppure sono ‘circoli mortali’?

Io ho sempre lavorato con pazienti molto gravi – schizofrenici, paranoici – e non ho mai visto guarire nessuno. Ho visto persone che si sono adattate a vivere con i loro problemi in diverse situazioni. E alcuni, per esempio, adesso abitano anche da soli, sebbene con difficoltà legate alle loro patologie, a Milano, in qualche piccolo appartamento.  Le soluzioni alle malattie che propongono adesso, a mio parere, non migliorano granché le condizioni dei pazienti.

“Al presente” è l’unico spettacolo che sta portando in giro, al momento? 

Sì, insieme con un altro monologo, tra i quattro che ho scritto in totale, “Tre studi per una crocifissione”. Non avrei il tempo per mettere in scena anche gli altri. Negli ultimi dieci anni, comunque, ho prodotto sempre lavori con molta gente: quattro, sette persone. È stato molto interessante, ma anche difficile: quando ti relazioni con gli altri, tutto diventa più ricco ma pur sempre più complicato. Al momento, dopo “Hamleto” e un concerto ad ottobre per un mio disco, mi trovo in una specie di ‘vuoto’, colmato solo da questi due monologhi. Devo decidere dove andare, perché in Italia i monologhi non sono popolari, e sono in cerca di una vera ispirazione.

Un disco? Ci racconti della sua carriera musicale.

La mia carriera musicale è… solo questo disco! Ogni tanto ho cantato, durante gli spettacoli, e una di queste volte la figlia di Luciano Pavarotti mi ha ascoltato e poi mi ha proposito di fare un disco, quello che ho lanciato. Mi è sempre piaciuta la musica, suonavo e cantavo fino a vent’anni, perfino per la strada. Ma poi mi ha rapito il teatro e ho dimenticato tutto.

Ha insegnato a dipingere ai pazienti di una clinica psichiatrica milanese, per dodici anni. Ma che cosa ha fatto prima? 

Sono stato legato al mondo del teatro per diciotto anni: ho studiato e lavorato in questo ambito. Almeno per cinque anni, poi, ho fatto le pulizie negli uffici; ho anche lavorato a scuola, in una mensa, ma pensando sempre a insegnare e a legare tutta la mia vita al palcoscenico.

Ha mai insegnato a dipingere anche a studenti ‘canonici’?

Insegnare – nel senso pieno della parola – no. A volte a casa mia ho tenuto dei piccoli corsi, con una decina di persone che non avevano una grande disponibilità economica. Io ho studiato pittura da autodidatta, fino ai 25 anni, spesso facendo i miei schizzi quando provavo sulla scena.

Ogni concezione del teatro è diversa e vuole trasmettere qualcosa in particolare. Qual è la sua? Qual è, secondo lei, la “missione” del teatro?

È una domanda alla quale è difficile rispondere, perché io non ho mai un’intenzione unica. E neanche una teoria precisa sul teatro. Ma ogni opera che si allestisce pone delle domande agli artisti, e quindi ognuna è diversa, molto diversa dall’altra. E penso che il motivo per il quale continuo a lavorare in teatro è che non so niente del teatro. E allora, se mi approccio alle cose come un neofita, ho la speranza di sorprendermi, la speranza che succeda qualcosa. Nella lavorazione, metto insieme tutti i materiali che poi posso aggiungere nello spettacolo. Ma non si sa mai che cosa vien fuori e si riceve alla fine.

Per esempio, per “Hamleto” abbiamo lavorato cento giorni. E solo dopo cento giorni ho visto una piccola luce, e ci sono voluti altri centocinquanta giorni per finire tutto. Ma in Italia non ci sono produttori che ti danno 250 giorni. E quindi di questo ultimo lavoro sono il produttore principale, e ho dovuto fare un altro mestiere per pagare “Hamleto”!

Una volta si esprimevano degli artisti. E i centri di produzione servivano a sostenere gli artisti che lavorano in modo originale.
Mentre, invece, adesso, gli artisti si devono adattare alle regole di centri di produzione.

Siccome stiamo parlando di politica, i suoi spettacoli toccano le questioni che la riguardano, o descrivono più le emozioni e i problemi dei personaggi?

Penso che un’opera teatrale abbia sempre un valore politico. Non è necessariamente un messaggio esplicito. Ma se parli di individui che soffrono, nella società lo spettacolo diventa automaticamente politico.

Dallo spettacolo “Al presente”

 

 

 

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