Il 20 giugno, per l’anteprima del film “Cesare deve morire”, organizzata nell’ambito del festival “Altro Cinema” (“Drugoje Kino”), a Mosca ha presenziato uno dei registi-fratelli che l’avevano girato, il maestro Paolo Taviani. Il film, vincitore dell’Orso d’Oro a Berlino, rappresenta una “storia-matrioska”, di teatro nel cinema, una trovata originale anche grazie all’ambientazione e al cast, entrambi legati al carcere romano di Rebibbia. Dopo la proiezione, Taviani ha raccontato al pubblico moscovita la storia della pellicola e la passione dei detenuti per la recitazione.

Lavorare con attori condannati all’ergastolo è stato difficile?

I detenuti non fanno fatica a recitare Shakespeare. L’unica cosa da correggere era un po’ di esasperazione mimica e facciale. Abbiamo spiegato loro che nel cinema basta uno sguardo, raccontando loro un aneddoto di Marcello Mastroianni. Mentre lavorava alla “Dolce vita”, in particolare alla scena in cui lui arrivava a casa dell’amico Stainer, che aveva appena ucciso la moglie e i figli, prima di togliersi la vita, Mastroianni fece una faccia che corrispondeva esattamente a un sentimento d’orrore. “Stop! Stop! – lo interruppe subito Fellini – Marcello, che fai? Pensi? Tu non devi pensare, a quello ci penso io, tu devi solo guardare la scena”. E questa sequenza, in cui Mastroianni guardava e basta, risultò comunque la più straziante del film.

Perché il film è stato realizzato in bianco e nero?

I motivi del bianco e nero sono semplici. La necessità narrativa: il pubblico deve capire visivamente che si descrive un tempo già trascorso, passato; il bianco e nero, poi, è irrealistico (il colore è naturalistico), e ci ricorda l’emozione del nostro primo Giulio Cesare, visto in quelle condizioni, e ci aiuta quindi a restituirla al pubblico, anche attraverso l’impatto di un ambiente come quello di un carcere. Il bianco e nero ci ha aiutato ad esprimere l’assurdità di una pena che è destinata a non finire mai. Tanto che, per le scene a colori, abbiamo chiesto al direttore della fotografia delle tinte molto forti, dense, prevalentemente rosse, soprattutto per la fine del film. Il rosso simboleggia la vittoria dei carcerati che sono riusciti a fare questo spettacolo. Nella scena dell’applauso conclusivo ho detto agli attori: “Adesso ringraziate il pubblico che vi applaude, avete vinto… e poi fate quello che volete”. E loro si alzavano, si abbracciavano, saltavano, come dei bambini tornati liberi per due o tre minuti.

Quindi la recitazione e il teatro, in qualche modo, possono “liberare” attori speciali come quelli di Rebibbia?

Parlare della recitazione come strumento di liberazione è complesso e forse riduttivo. Ma credo che per i carcerati fare qualsiasi tipo di spettacolo sia “quantomeno” molto importante. Penso che questo film possa aiutare soprattutto il pubblico, far riflettere ognuno di noi sulla solitudine. Lavorare nel cinema è come continuare i giochi dell’infanzia, quelli che si giocavano con i pupazzi, fingendo la realtà. Quindi, io e Vittorio siamo due ottantenni fortunati che possono ancora giocare.

Come avete scelto il cast?

In carcere, ovviamente, non tutti sanno recitare, ma cercando attentamente si possono trovare dei talenti naturali e, in generale, molte persone con la voglia di fare uno spettacolo, di fare un’esperienza che per un detenuto non può certo dirsi quotidiana. Il nostro metodo di selezione, da tanti anni ormai, è questo: ogni aspirante attore deve recitare il suo nome, cognome, indirizzo in modi persi: piangendo, arrabbiandosi ecc. Anche nel film si vedono alcuni di questi provini. Era impressionante l’intensità con cui questi uomini riuscivano a piangere e a gridare, grazie spesso alla propria personale “fonte” di dolore. Non era importante dire un nome o un indirizzo veri, ma loro hanno sempre detto i loro nomi, cognomi e indirizzi. Tutti. “Sappiamo che il film andrà in giro per l’Italia e vogliamo ricordare a chi sta fuori, agli amici e anche ai nemici, che siamo qui”.

Nel film “Sotto il segno dello scorpione” c’è un’isola dalla quale tutti vogliono fuggire, per salvarsi. In “Cesare deve morire” il carcere funge un po’ da isola da cui scappare. C’è qualche legame esplicito tra questi due vostri film?

Probabile che ci sia un legame, noi siamo sempre gli stessi. In fondo, con Vittorio abbiamo deciso di inventare sempre film nuovi, completamente persi dai precedenti. Poi dopo un po’ di tempo ci accorgiamo che facciamo le cose simili. “Sotto il segno dello scorpione” è un film poco conosciuto, che ci ha aiutato a sperimentare, e mi fa piacere che a Mosca l’abbiano visto.


Nel corso di due festival molto importanti – Berlino e Cannes – sono stati premiati due film girati con la partecipazione di attori detenuti, “Cesare deve morire” e “La realtà”, di Matteo Garrone. Perché in Italia negli ultimi anni è pentata così importante la commistione tra palchi teatrali e case circondariali?

Tutti dicono che il cinema italiano di oggi non è più quello di una volta: non c’è più il grande cinema, ma ci sono tante persone nuove che hanno talento. E Matteo Garrone è una di queste. Credo sia solo una coincidenza che anche lui abbia usato un carcerato per il suo film. Non è che adesso tutti ci mettiamo a fare il cinema con i carcerati, sarebbe davvero difficile. Però servirebbe a vivere meglio i carcerati, perché solo 2-3 persone usciranno presto da lì’, mentre gli altri ci dovranno rimanere, in media, per 20 anni. Due nostri attori di Rebibbia sono stati rilasciati e ora lavorano nel teatro, ma non tutti hanno avuto una simile possibilità.

E’ stato interessante per i carcerati recitare Shakespeare?

Quando abbiamo visitato il carcere per la prima volta, abbiamo visto che uno dei detenuti leggeva i versi di Dante su Paolo e Francesca, e diceva che la tragedia di Paolo e Francesca è uguale alla loro, che non possono toccare, “vivere” le loro donne. Di Shakespeare molti dicevano: “Lui è un nostro amico, uno che ha già scritto secoli fa quello che noi abbiamo vissuto e viviamo. Quando parlavo di Macbeth, Jago, Re Lear, molti dicevano che questi sono personaggi della loro vita, e che le tragedie sono state e sono ancora le loro tragedie.

Nel carcere hanno visto il film?

Sì, lo abbiamo visto insieme, e per ben due volte, perché, come tutti gli attori non professionisti, ognuno di loro la prima volta guardava solo sé stesso. Poi, grazie al direttore di Rebibbia, i detenuti hanno potuto seguire anche la cerimonia finale del Festival di Berlino via tv o via radio. Dal palcoscenico io e Vittorio abbiamo dedicato loro la nostra vittoria. Al telefono urlavano “Abbiamo vinto! Abbiamo vinto!”. Essere stati ascoltati era la loro vittoria.

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