Il festival «Da Venezia a Mosca», che quest’anno si è svolto per la settima volta a Mosca, ha presentato i film della 72ma Mostra del Cinema di Venezia, tra cui, nella giornata inaugurale, Per amor vostro, di Giuseppe Gaudino. Valeria Golino, protagonista della pellicola, è stata premiata per l’interpretazione femminile con la Coppa Volpi, la seconda per l’attrice e la terza consecutiva per l’Italia. Gaudino, il regista del film, ha parlato con MOSCOWita della costruzione del personaggio della Golino e ha anche rivelato dei retroscena delle riprese.

 

D: Quasi vent’anni fa, il suo film «Giro di lune tra terra e mare» ha letteralmente fatto furore a Venezia e vinto diversi premi. Adesso presenta il suo secondo lungometraggio, Per amor vostro. Che cosa è successo in  questo periodo, perché non ha più fatto questo tipo di cinema?

R: Prima di tutto ho cominciato a fare fiction, e poi in Italia è difficile trovare soldi per per progetti più ambiziosi come i film. In più, ho sempre cercato di essere indipendente, con la testa libera e, spesso, non sono riuscito a lavorare con delle condizioni imposte. Per non aspettare il momento giusto, ho fatto altro. Per esempio, ho girato dei documentari, in viaggio per il mondo: Patagonia, Afghanistan, Palestina, Ruanda, ho raccontato storie diverse, più piccole, anche meno costose delle fiction, e poi mi sono occupato di venderle, magari anche alla RAI. Credo anche nei documentari, dunque, ma la cronaca dei fatti va rispettata, e dunque prediligo girare film ‘canonici’, dove poter manipolare la realtà a scopi narrativi.

D: L’esperienza documentaristica le ha dato qualche spunto per girare le fiction?

R: Mi ha aiutato come autore, per sperimentare, per comprendere meglio il processo narrativo. Ma non dal punto di vista produttivo, perché, a livello organizzativo e nei rapporti con l’entourage, i miei quattro anni in Afghanistan non hanno alcun peso.

D: Lei ha studiato al Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma, la scuola più antica e famosa d’Italia. Che cosa crede di aver imparato, tra quei “banchi”?

R: Italiani e russi, insieme, abbiamo le scuole del cinema più antiche del mondo. Al Centro Sperimentale ho capito che tipo di cinema volevo fare, ho affinato la mia passione, la mia concezione della strada da percorrere.  Le scuole di cinema servono a questo e a poco altro: possono, che so, darti i strumenti per capire il montaggio, ma poi bisogna metterlo in pratica, per studiarlo, impararlo, dirigerne l’utilizzo verso quello che vogliamo rendere sullo schermo.

D: Per i registi esordienti, però, non sono utili anche le teorie e le esperienze dei maestri del passato?

R: Se sei giovane, ci sono due dimensioni da tenere in conto: oltre alla pratica, che è fondamentale, c’è anche una teoria. Le due cose vanno combinate in modo equilibrato.

L’attore Massimiliano Gallo, il regista Giuseppe Gaudino, l’ Ambasciatore d’Italia a Mosca Cesare Maria Ragaglini (da sinistra verso destra)

D: Come ha costruito il personaggio di Valeria Golino? 

R: Qualsiasi idea mi venisse, l’ho discussa con lei, qualsiasi idea le venisse, l’ha discussa con me. La serenità è importante, per poter stare ore e ore dietro e davanti alla macchina da presa. E noi abbiamo fatto anche prove girate, abbiamo lavorato sempre, per tutto il tempo. Far sì che il rapporto con Valeria Golino fosse aperto, trasparente e bidirezionale, in queste condizioni, è stato l’unico modo per raggiungere il nostro scopo. Ho potuto e dovuto essere franco con lei, mantenendo però tatto e discrezione, e lei ci ha messo tutto l’impegno possibile, per raggiungere un ritratto originale, dissimile da tutte le interpretazioni che aveva fatto finora.

D: Perché ha scelto come tema la vita di una donna sola? La sua esistenza è così grigia, lei non vede più i colori…

R: Volevo raccontare la vita intorno a me, con l’usura che inizia a insinuarsi nella quotidianità di tanta gente. Anche se è diffusissima in Italia, è stato comunque difficile rappresentarla, perché trasforma la mente, la fa diventare perversa. Per raccontarla, ci siamo inventati una storia in cui ci sono la madre, tre figli, e il marito che fa l’usuraio, oltre a un lavoro in televisione. Il film racconta, infatti, non solo la storia di Anna, ma anche quella di tutto il paese.

D: C’è una cosa più difficile nel lavoro di un regista?

R: Oltre che trovare i soldi – difficoltà che vale per tutti i registi -, per me il momento più duro è la moviola, ovvero quando devi scartare del materiale, dopo tantissimi giorni di impegno e riprese.

D: Capisco. Mi ricorda una storia legata al regista Erich von Stroheim e al suo film Rapacità (Greed), del 1924…

R: Esattamente. La MGM, notissima compagnia americana di produzione cinematigrafica, aveva deciso di buttare via alcune ore del film, e di lasciarne solo quattro, invece che sette. Una durata titanica ma, a causa di questo taglio, von Stroheim ha rifiutato di considerare la versione finale come un suo film. La moviola, quindi, esige molto tempo, molte forze, molte cure. E spesso, nel nostro Paese, c’è anche un problema di autocensura che, credo, andrebbe meglio affrontata.

D: Chi sono i suoi idoli, a livello italiano e sul piano internazionale?

R: Per l’Italia, io credo che Roberto Rossellini sia un punto fermo importante. A livello mondiale, certamente Tarkovski e, tra gli americani, Elia Kazan.

D: E che cosa vorrebbe raccontare in futuro, su cosa vorrebbe girare un nuovo film?

R: Voglio raccontare Pompei. Non ho ancora i soldi, ma questo non mi spaventa: ci sono già attori e staff interessati a mettere su il progetto.

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