Il 23 marzo si è concluso il terzo festival del cinema “Da Venezia a Mosca”.
Come avviene di solito, in programma ci sono stati i migliori film italiani degli ultimi anni, quelli che si sono aggiudicati il Leone d’oro alla kermesse veneziana. Tra questi, c’erano due lungometraggi nel cast dei quali svettava la partecipazione di Renato Scarpa, uno dei più versatili attori italiani.

Renato Scarpa nel film "Habemus Papam"

In “Nel nome del padre” e “Habemus Papam”, quindi, ci sono due Renato Scarpa: il giovane prete nella scuola e il saggio cardinale in Vaticano. Prima della mostra di Venezia, Renato Scarpa aveva presentato “Nel nome del padre” dichiarando che a sua madre non è mai piaciuto il suo lavoro di attore. Dopo questo film, però, pare che lei abbia cambiato opinione.
Renato, in altre intervista ha detto di aver cominciato a recitare negli spettacoli di Anton Cechov: di quali opere si trattava, e perché crede che potessero essere interessanti per un pubblico italiano?
Ho recitato Cechov e lo interpreto ancora oggi, nelle sue “Tre sorelle” e in “Il Gabbiano”, al Teatro Argentina e al Teatro Stabile, a Roma. Cechov è un drammaturgo particolare, delicato, lascia molto di ciò che vuole intendere tra le righe, e per capirne meglio il senso dobbiamo servirci della profondità della natura. Forse per questo Cechov è interessante per noi: ci fa capire meglio l’anima russa. Grazie a lui sono già stato in Russia, anche se ci sono venuto fisicamente soltanto una volta, prima di questa.
In “Nel nome del padre”, i ragazzi dalle famiglie borghesi vogliono liberarsi dal sistema di regole e punizioni nella scuola. Dicono di essere contro la disciplina e hanno voglia cambiare ciò che hanno intorno.  Non sono conformisti, ma perché dopo aver visto il film non viene la voglia di unirsi a loro?
Questo film è molto difficile da capire quarant’anni dopo la sua uscita. Ma perfino oggi provoca delle forti emozioni. I ragazzi di cui parli sono ricchi, pigri e non accettano gli altri. Dicono di non volersi unire per la libertà con i camerieri, perché provengono da strati sociali diversi. La loro idea è la supremazia. Egoisti, la libertà equivale al loro comfort, e non si estende agli altri, per una felicità più universale.
E allora cosa si doveva, o si deve ancora, fare?
In una società ci sono delle priorità: la giustizia, la fede, la libertà e la solidarietà. Equilibrarli sempre tutti è impossibile, dunque qualcuno sarà più intelligente, qualcuno più ricco, qualcuno più stupido. Ma ognuno di loro deve avere gli stessi diritti e gli stessi obblighi. Non dobbiamo costruire una società divisa in caste.
Lei parla come un comunista!
Non lo sono affatto! Sposo completamente il pensiero sociale cristiano. San Francesco d’Assisi sviluppava costantemente una dialettica con le istituzioni sacerdotali per spingere monaci e preti a servire la gente comune, il popolo. E lui temeva che se il popolo avesse “rispettato” troppo i preti loro non avrebbero potuto mettersi al servizio degli ultimi. Anche adesso è così. I nostri governi non capiscono come vive la gente comune. Loro sono troppo ricchi e conducono un altro tipo di vita.
Cosa è mutato da quarant’anni fa allora?
Negli anni sessanta-settanta del secolo scorso era proibito anche solo chiedere “perché?” a scuola, all’università e nella società in generale, e ora, in questo senso, tante cose sono cambiate. Siamo più liberi e non siamo sotto pressione. Anche per ciò che concerne la Chiesa, grazie alle riforme del Concilio Vaticano II e al pontificato di Karol Woijtyla. Però si può e si deve migliorare ancora: il mondo siamo noi e dobbiamo cercare il modo per migliorarci e migliorare il mondo. Ogni giorno, ogni minuto, sempre. La gioia si manifesta ogni volta che vince la giustizia. E non dobbiamo aspettare gli altri per far sì che ciò succeda.
Che cos’altro dovrebbe guidarci?
A me basta sapere che la vita è ribellione, che bisogna andare in strada, con gli altri, a cercare la bellezza. La bellezza apre l’anima e ci fa vedere il paradiso. Solo lì troveremo tutte le risposte. Il compito dell’uomo è asciugare le lacrime di un altro uomo. In “Nel nome del padre” c’è una scena che esemplifica quanto sto dicendo: durante una messa, un ragazzo si sta masturbando, e la Madonna arriva accanto a lui, ad abbracciarlo. E’ il simbolo che tutti possono sbagliarsi, ma che devono essere “corretti” con l’amore, la carità e la fiducia.

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