Silvia Giralucci, regista e giornalista, nel suo documentario “Sfiorando il muro” ha trattato una pagina tragica della storia italiana. Ha raccontato la storia del padre, Graziano Giralucci, ucciso dalle Brigate Rosse nella sede del Movimento Sociale Italiano. Un episodio di violenza politica molto grave che in passato ha riguardato il paese intero. Il film è stato presentato nell’ambito del festival “Da Venezia a Mosca”.

Silvia Giralucci

Come ha cominciato a fare cinema? Voleva soltanto  raccontare la storia di suo padre e del terrorismo in Italia? Oppure c’erano degli altri motivi?

Lavoravo come giornalista, a un certo punto ho sentito che la dimensione dell’ articolo scritto mi andava stretta. Ero stanca di affrontare le notizie solo dal punto di vista del taglio che è necessario dare per ottenere un titolo sul giornale.

Ma questa non è la sola ragione … Ho cominciato a fare film forse proprio per la mia storia. Una vittima che è anche sempre stata considerata in qualche modo colpevole perché apparteneva alla parte politica sbagliata. Ho sempre avuto interesse nel guardare anche l’altra faccia della medaglia.

Quindi, ho fatto un primo cortometraggio che raccontava la storia di un insediamento di zingari sinti, da un punto di vista politico,quello della Lega Nord, dal punto di vista di chi viveva lì vicino e vedeva distrutto il proprio territorio, ma anche di queste popolazioni che, invece, avevano diritto ad una casa. L’idea era quella di raccontare la complessità della realtà attraverso la composizione di una specie di “puzzle” delle opinioni. E poi ho cercato di fare un lungometraggio, volevo parlare di un tema che per me era particolarmente importante, quello della violenza politica. In generale credo che fosse necessario raccontare questa storia, si tratta di una ferita di un’intera generazione di italiani, oltre che mia.

Ci potrebbe parlare del suo lavoro giornalistico, da quanto tempo fa la giornalista? Ha studiato per diventarlo ? Oppure nono si aspettava di diventarlo?

Ho cominciato a fare recensioni di teatro al primo anno dell’Università perché avevo una grande passione per il teatro. E oltretutto questo era un modo di andare a teatro gratis. Studiavo lettere e dopo la laurea ho fatto uno stage nella più importante agenzia giornalistica italiana a Londra: era l’anno che è morta la principessa Diana, un evento di importanza mondiale, e io mi trovavo lì, al centro della notizia.

E ha lavorato anche per la CNN?

Sì, ho lavorato per la sede italiana. È stato un periodo in cui la CNN voleva localizzarsi, aveva aperto sedi in varie parte del mondo, in Giappone, in Italia, in Danimarca. E attraverso un accordo con il quotidiano “La Repubblica”, con il suo gruppo, aveva aperto a Roma, un ufficio di rappresentanza.

Io di solito sto dall’altra parte dalla sala, faccio la giornalista come lei. Ho una grande passione per il racconto per immagini. “Sfiorando il muro” è un film documentario che racconta il terrorismo e la violenza politica in Italia. E lo fa da un punto di vista particolare e molto interno alla storia, perché mio padre è stato la prima vittima delle Brigate Rosse. Ma il film non è solo la storia del terrorismo e di mio padre: è una analisi condotta da vari punti  di vista su come sia possibile arrivare alla violenza politica.

Chi è stato suo padre?

Mio padre era un ragazzo di 29 anni quando è morto. Era un allenatore di rugby ma ha lavorato anche come rappresentante. È stato ucciso perché quella mattina si trovava all’interno della sede del Movimento Sociale Italiano, un partito politico di destra. Ma negli anni ’70 essere di destra era considerata una colpa.

Nel 2011 ha pubblicato il libro “L’inferno sono gli altri”. Questo libro la ha aiutata in qualche maniera a realizzare il documentario oppure è stato tutto diverso?

Prima ho iniziato il documentario. Poi ho cominciato anche a scrivere il libro, volevo che uscissero insieme. In realtà, Mondadori, la più grande casa editrice italiana, mi ha fatto un contratto con una scadenza tale che ho dovuto fare uscire prima il documentario. Anche se credo che il montaggio di un film dal punto di vista tecnico sia più complicato che scrivere un libro.

Spesso i registi confessano di aver subito delle influenze da questo o quell’altro regista del passato. Per esempio, Woody Allen ha dichiarato di essersi ispirato a Ingmar Bergman. Lei è stata influenzata da qualche regista?

Il mio modello per quanto riguarda il documentario è Norris. Mi piace il suo modo di raccontare le persone. Lui usa questa tecnica di intervista che io ho cercato di replicare. Con la doppia telecamera, per esempio. In questa telecamera c’è uno specchio, e quindi la persona intervistata guarda lo specchio e vede se stessa. Ma in questo modo guarda anche lo spettatore negli occhi. Mi piace questo contatto intimo che si viene a creare.

E poi è capace di superare la differenza tra la persona e la telecamera…

Lei era appassionata di teatro ed è diventata poi una regista. Non ha mai provato a recitare nel teatro, nel cinema, ha mai pensato di diventare un’attrice?

No, non ho mai provato a recitare. Ma in questo film sono molto presente in scena.

Quale sono le altre cose nella vita che le piace fare oltre il cinema e il teatro?

Passo molto del mio tempo a fare la mamma. E questo è uno dei motivi per cui ho lasciato il giornalismo.

Foto di Ekaterina Arkhipova

 

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