Questo post fa parte della storia

Valentino Bontempi ormai considera Mosca la sua seconda casa. Ha sposato una donna russa, con la quale ha avuto un figlio e che scrive, assieme a lui, libri sulla cucina italiana. Lo chef è ormai diventato famosissimo nella capitale russa.

Due bar-ristoranti portano il suo cognome: “Bontempi” è riconosciuto come marchio di qualità. Situato nel cuore di Mosca, sulle rive di Moscova, e di fronte alla Cattedrale del Cristo Redentore (luogo panoramico dalla piacevolissima atmosfera, soprattutto nelle ore notturne), questo ristorante è sempre affollato, nonostante sia abbastanza caro. La vicinanza al  centro d’innovazione moscovita “Ottobre Rosso” (la bandiera del nuovo business tecnologico e creativo russo) è una delle ragioni per le quali il locale è così gettonato.

Valentino Bontempi presta attenzione tanto alla cucina quanto a ogni singolo aspetto del ristorane e  ha solo un giorno libero a settimana. “Ma ora me ne serve un’altro per motivi di salute”, dice lui.

Quest’estate “Bontempi” ha aperto anche una terrazza sul tetto, nella quale abbiamo parlato con Valentino del suo percorso lavorativo e non solo. 
- Nella tua vita professionale hai fatto tante esperienze ma come mai sei andato a conquistare i Caraibi? Come ti sei trovato ad Antigua e Brabuda? Si può dire che è stata una scuola di vita? 

- Quando ho deciso di andare lì, guadagnavo molto bene in Italia. Lavoravo in un albergo dove uno dei clienti  mi ha convinto dicendomi: “vieni al caldo!”.  Era il proprietario del ristorante “Southern Cross”, dove alla fine sono andato a lavorare. A partire da questo “step” ho cominciato a girare. In Italia si guadagnava meno, quindi la scelta si è dimostrata buona. Io lì ero il capo cuoco. Lavoravo assieme a due ragazzi che facevano da aiuto cuoco e tre o quattro isolani. Questo ristorante aveva una terrazza come questa. Era un porto per i moto-yacht, quindi, c’era la clientela molto in.

- Ma non ti annoiavi li, in un ambiente chiuso e estraneo?

- Ora ho capito che era una questione di abitudine. Certo, i primi mesi sono passati in agonia. Quando sono arrivato era novembre. Un periodo un po’ brutto anche per i Caraibi. Poi c’è sempre qualcuno che dice: “Ah, settimana prossima arriva un uragano…”. Dopo alcuni mesi ho detto a me stesso: “Basta!”. Siccome cominciavo il lavoro all’ora di pranzo (alle 2), avevo tutta la mattina libera. Per questo ho deciso di prendere una bici con la quale ogni mattina giravo l’isola. È stata l’esperienza molto rilassante e tranquilla. Senza TV, mi sono abituato anche alla gente isolana. Prima dicevo: “Che fanno tutto il giorno sotto la pianta?”. In realtà, seguivano l’ombra ed erano molto tranquilli pure loro. È uno dei posti dove vorrei andare un giorno, quando mi stuferò. Ma adesso non posso farlo-

- Poi cosa e’ successo?

- E’ scoppiato l’11 settembre e il proprietario mi ha detto: “Senti, forse non apriamo quest’anno”. Ed io sono dovuto andare a Chicago a lavorare da uno chef famosissimo: Massimo Ferrari. Da lì, siccome al ristorante non andava tanto bene, mi sono spostato a Los Angeles (ristorante “Valentino” – si chiamava cosi anche prima che Valentino Bontempi arrivasse lì – n.d.r.). Il ristorante “Valentino” è tra i dieci migliori ristoranti degli Stati Uniti. Lo dirige Piero Selvaggio, un siciliano, amico di Nino Graziano del “Semifreddo” (uno dei ristoranti più cari e prestigiosi di Mosca – n.d.r.). Nel mestiere, quando si conosce qualcuno, ci si accorge che c’è sempre un “anello” che ci collega.

- Il tuo consiglio ai cuochi italiani che vorrebbero provare l’esperienza all’estero e’ di fare sempre più conoscenze professionali? 

- Diciamo, che non basta per diventare professionista. Io i primi soldi li ho visti solo a 26 anni. Prima non vedevo una lira. Da 14 anni a 26 anni, durante tutti questi stage agli alberghi, prendevo quello che mi regalavano. Lo facevo per l’esperienza. Ci sono sempre possibilità: o ti danno il soldo subito, ma quando all’improvviso finisce il lavoro, finiscono pure i soldi, e rischi anche di non innamorarti del lavoro; oppure c’e il lavoro che t’incarna, tu vai nei posti dove c’è la disciplina, dove il lavoro ti massacra. Ma è così t’innamori del lavoro (o lo cambi) e impari tante cose.

- Ora quando sei già tu a insegnare agli altri al ristorante che porta il tuo nome, ti senti più libero? 

- Sono molto contento che il ristorante porti il mio nome, ma è anche un segno di responsabilità. Chiaro, l’ho fatto anche per concretizzare, per dare uno scopo al mio lavoro. All’inizio ho avuto un attimo di tensione, anche perché questo ristorante lo associano solo con me, con il mio nome. Poi un’altra difficoltà sai qual’e? Non lo posso chiudere. Cioè, il ristorante non è il mio, ma il proprietario è interessato alla mia presenza qui. Quindi, non posso partire domani. Nello stesso tempo però, quando mi hanno fatto questa proposta, non ci ho pensato due volte. C’è anche un po’ di orgoglio dietro tutto questo.

- I tuoi libri li scrivi da solo oppure c’è qualcuno che li scrive per te? :)  

- Guarda, il primo libro è stato un disastro, così come la traduzione. L’ho scritto assieme alla mia moglie. Ma lei purtroppo cucina da cani (ride), e, quindi, per lei (come per tutti quelli per cui la cucina non è un mestiere) è stato un compito difficile per quanto riguarda le terminologie. Tutti i tre libri li abbiamo fatti assieme. Lei traduceva e poi mandavamo tutto alla redattrice.

- Come Lev Tolstoj che inventava le cose (“Guerra e Pace” ecc.) e la moglie Sofia le scriveva? 

- Sì, più o meno. A proposito, le ultime cose che ho letto sulla cucina russa erano scritte da un italiano che raccontava le ricette di Lev Tolstoj. C’era il Marsala, c’erano tante altre cose che adesso mi sono sfuggite.

- Tu che hai un solo giorno di riposo alla settimana, riesci a goderti il tempo libero? Che fai di solito?

- Adesso ho imposto, d’ora in poi, i giorni di riposo dovranno essere due. Per i motivi di salute. Faccio un po’ come i russi … mi sono fatto il certificato medico (“la spravka”)! Scherzo! Per prima cosa, non ho più la capacita, la forza fisica per recuperare. Se prima stavo fino alle tre di notte in giro per i club, locali e poi la mattina ero bello fresco, ora non è più così. Poi ho il bimbo che mi ha cambiato la vita. Quello è peggio dell’orologio (ride). Lui non si addormenta la sera se non arrivo a casa. Per cui tento di scappare al massimo alle 22-30, 22-45 per  tornare da lui. Poi cerco di dedicarmi almeno un giorno pieno a lui.

- Dove preferite di andare?

- Ieri, per esempio, siamo stati al Parco Zaritsyno, andavamo in barca. Andiamo ai parchi, giriamo con la bicicletta. Si dà da mangiare agli uccellini, cavalli ecc. Sabato o domenica andiamo o al circo, o al teatro. Due settimane fa, ad esempio, abbiamo visto un circo cinese qui a Mosca.

- Secondo te, Mosca è una città adatta alla vita con i bimbi?

- Ovviamente, la città non è adatta ai bambini. Ma c’è da dire che qua c’è comunque tanto per i bambini. Ci sono innumerevoli teatri, tante manifestazioni. Io non sono stato mai così spesso al teatro come da quando sono a Mosca e ho un figlio. A me capita anche qualche volta di andare al teatro alle 11 del mattino perché ci sono spettacoli per i bimbi.  Poi lui è un bimbo moderno: guarda gli spettacoli dal vivo e poi li rivede su YouTube.

- Lui cresce più  italiano o russo? Non è mai vissuto in Italia?

- In Italia no, ma mia madre ha vissuto i primi tre anni della sua vita qui a darci la mano. Quest’estate è stato un mese con la nonna in Italia. Quindi, mangia pure dalla nonna italiana!

- Come lo vedi il suo futuro? A Mosca? in Italia? 

- È già fortunato perché ha la possibilità di scegliere tra due paesi dove è madrelingua. Però credo che sia più russo che italiano. Se farà le scuole qui diventerà ancora più russo. Io qui, in Russia, già gli posso dare qualcosa. Pero è ancora presto. Poco fa m’interessava solo la domanda: quando comincia a farsi la doccia da solo? (ride).

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